FANCY 1

Qualcosa per riflettere, pensare, sognare...alzare il "punto di vista"...

lunedì 9 luglio 2018

CORSICA - ISOLA ITALIANA

 

 LA CORSICA: ITALIANITÀ STORICA
Bandiera della Corsica


Fin dai primi albori della storia, la Corsica ha fuso le sue sorti con quelle della penisola italica. Unita ad essa, oltre che da evidenti legami naturali, da vincoli di sangue fin dalle più remote origini, quest'isola italianissima, ha in ogni tempo partecipato alle vicende storiche dell'Italia tutta e, specialmente, delle terre prospicienti le sue coste: Lazio, Toscana, Liguria, Sardegna, Piemonte, cosicché si può affermare non vi sia una regione in Italia che non abbia dato a questa terra il consistente apporto della propria attività intellettuale ed economica.
Da oltre 25 secoli, il totale complesso della vita còrsa è vita d’Italia e ciò è stato scientificamente ed umanamente dimostrato oltre che dalle affermazioni di tutti gli studiosi Italiani, anche dagli scritti di numerosi loro colleghi stranieri, francesi compresi.


 ITALIANITÀ GEOGRAFICA

 Quando i francesi sterminarono i nostri fratelli còrsi nelle pievi meridionali dell’isola, le fiere popolazioni sarde udivano le grida da Punta della Maddalena ed accorrevano le donne scapigliate, i bambini con le mani giunte implorando dall’altra sponda misericordia. Si udivano, sulle rive del nord della Sardegna, le grida e gli appelli del popolo còrso, mentre più nitido si sentiva l’echeggiare delle artiglierie francesi. Triste e conserte, da Santa Teresa e da Caprera, le genti di Gallura vedevano ed udivano le arroganti sentinelle francesi sui bastioni di Bonifacio!
Dalle coste di Livorno, dall’Ardenza, quando il cielo è terso, si vede la Corsica, da La Spezia, dalla Liguria si vedono delinearsi le catene dei monti del Capo Còrso e della Balagna e da casa mia quando la serata è chiara, vedo le luci degli abitati sulla parte Nord del " dito ", mentre dalla Francia si vede soltanto il fumo dei piroscafi carichi di immigrati che tornano periodicamente, di polizia e gendarmeria d'occupazione e di beni di consumo sempre importati che partono a destinazione d'Ajaccio o Bastia.
Anche geologicamente la Corsica è un pezzo sacro d’Italia: le profondità marine che la separano dalla Francia raggiungono i 4000 metri, mentre è unita alla Toscana da una piattaforma che non supera i 500 metri. È ben chiaro che nelle epoche preistoriche quest’isola era attaccata alla Toscana ed alla Sardegna dalla quale dista soltanto pochi chilometri. Con tutto ciò, taluni pseudo-scienziati francesi, evidentemente al soldo del loro governo, vogliono sostenere che la Corsica si distaccò ...nientemeno che dalla Provenza, a causa d'un formidabile cataclisma che la scaraventò nel golfo di Genova! ( chiaramente sorvolando Capraia e Gorgona ?).

ITALIANITÀ LINGUISTICA
La mia visuale del "dito"


La ragione fondamentale per cui i fratelli della penisola, al loro primo sopraggiungere in Corsica, si ambientano immediatamente, consiste nel fatto che essi, parlando la lingua nazionale, oppure anche un qualsiasi loro dialetto si intendono perfettamente con gli isolani. Specie i toscani e i meridionali si sentono come a casa propria perché le parlate còrse danno appunto l’impressione di un misto tra romano, campano, calabrese, sardo-siculo e toscano. Questa impressione ha un reale fondamento scientifico: infatti, dopo gli studi in materia compiuti dall'insigne professore Gino Bottiglioni, compiuti intorno agli anni 30-40 del secolo scorso, tra i quali si distingue per importanza il suo poderoso << Atlante Linguistico Etnografico della Corsica >>, è ormai acquisito alla scienza che i dialetti còrsi risultano dalla fusione di due strati linguistici: uno più antico (e direi quasi più importante), identico a quello che forma i dialetti peninsulari del nostro mezzogiorno e quelli delle nostre maggiori isole tirreniche, ed uno più recente, che è lo strato toscano antico del duecento e del trecento, radicatosi particolarmente nella parte orientale dell'isola, quella che guarda per l'appunto verso la Toscana. Un còrso dice per esempio: << di ricchezze ni puria avè centumillanta e mor di sacca, ma eiu risteria sempre quellu chi sonu, cu è me pécure cu a me cialambella, cu a me vita tranquilla e senza pinseri >> e Voi sentite i toscanismi più puri e più arcaici in << centumillanta >>, << cialambella >> (...L'antico strumento musicale, che il grande Dante Alighieri dice << ceunamella >> ), << mora >>, << mucchio >>, ecc. misti agli elementi linguistici meridionali e insulari, l’articolo << u >> al posto di <<il>> e le finali solitamente in <<u>>.
Gli invasori francesi, hanno puntato sugli elementi còrsi non toscani sperando di poter ritrovare nell’isola delle parlate non italiane; ma questa tesi è stata distrutta dal Bottiglioni, il quale ha messo le cose a posto anche per ciò che riguarda il valore dei francesismi che pur dilagano nell’isola. Non nego che questi due secoli e mezzo di dominio straniero, orientato a snazionalizzare l’isola specialmente dal punto di vista linguistico, abbiano avuto i loro tristi effetti; i francesismi nel còrso ci sono. Ma non bisogna esagerare; bisogna - questi francesismi - vagliarli, << cernigliarli >> come dicono i còrsi al lume della storia e delle costumanze isolane. Come non contano i francesismi che, purtroppo, sono anche nell’italiano ufficiale, così non contano quelli vicino ai quali vivono gli schietti corsismi. I francesismi selezionati nel còrso, non hanno quel gran peso che gli invasori francesi e tanti italiani traditori vorrebbero, ed anche qui l’<<atlante >> del Bottiglioni dà in sintesi un quadro sincero ed evidentissimo della loro relativa importanza. Certo, sarebbe opportuna un'adeguata opera di "ripulitura", ma, comunque, anche dal punto di vista linguistico la Corsica resta una terra italianissima.

LA CONQUISTA FRANCESE DELLA CORSICA


Giunsero i primi francesi nella nostra isola di Corsica con l’inganno e la violenza, con il fuoco, il ferro e il tradimento; una moltitudine di avventurieri, di imbroglioni, di filibustieri, di generali francesi in cerca di facile gloria. Appena sbarcati percorsero rapinando le pievi dell’isola e si dichiararono padroni assoluti delle sorti del popolo còrso.
Il Generale Comandante francese chiedeva al Governo di Parigi per conquistare questa italianissima terra: << 25.000 uomini, 25 milioni di franchi e 20 carnefici >>. Lo stesso storico francese Pomureul, che partecipò alla conquista, ebbe ad esprimersi: << non parlerò mai dei diritti della Francia sulla Corsica; con della sincerità e della ragione (e non ce ne occorre molta) siamo nell’obbligo di affermare che la Francia non ha nessun diritto di occupare la Corsica se non quello, aleatorio, dell’avvenuta cessione da parte di Genova. Ma a che pro ricorrere a tale sotterfugio? Il potere di conquistarla e la volontà di farlo non sono forse, per il Re di Francia, un diritto più che sufficiente? Ce n’ è forse un altro di altra natura? Ed ogni potenza od ogni altro diritto non risulta originariamente dalla legge del più forte? Diversamente la giustizia sarebbe tutta dalla parte dei còrsi >>.
I francesi dunque, in quel lontano 1769, erano, al pari di oggi, degli intrusi e degli stranieri in Corsica, benché il Governo di Parigi si adoperasse per far passare sotto silenzio la sua brutale annessione basata sulla forza, cercando con ogni modo di diminuire l’eroica resistenza dei còrsi e << dispensandoli perfino dell’inutile commedia, come scrive il Baguenault, di un abile plebiscito >> (...come quello inscenato, quasi un secolo dopo, per la truffaldina annessione dell'italianissima Nizza, la bella).
L’annessione spontanea della Corsica alla Francia non è altro che un’atroce ed insultante leggenda inventata da alcuni storici francesi prezzolati, per offendere maggiormente la venerata memoria degli Eroi che caddero, combattendo con Pasquale Paoli, sotto il piombo francese nella battaglia di Pontenuovo, l'ultima eroica ed impari resistenza.
Il trionfo dei francesi in Corsica, dopo la sconfitta del Generale Paoli il 9 maggio 1769, fu stigmatizzato con questo popolarissimo detto: << La Francia ha vinto profondendo il denaro, con poche armi, con molte lacrime e senza alcun giuramento >>.
È dunque tempo che i francesi la finiscano con tutte le loro frottole ed i loro imbrogli.

PASQUALE PAOLI E L’ITALIANITÀ DELLA CORSICA


Il grande Eroe Generale Pasquale Paoli, detto nell'isola <<babbu di a Patria>>, nel proclamare la Corsica terra italiana ha scritto: << Siamo còrsi per nascita e sentimento ma prima di tutto ci sentiamo italiani per lingua, origini, costumi, tradizioni e gli italiani sono tutti fratelli e solidali di fronte alla storia e di fronte a Dio… Come còrsi non vogliamo essere né schiavi né "ribelli" e come italiani abbiamo il diritto di trattare da pari con gli altri fratelli d’Italia… O saremo liberi o non saremo niente… O vinceremo con l’onore o soccomberemo (contro i francesi) con le armi in mano... La guerra con la Francia è giusta e santa come santo e giusto è il nome di Dio, e qui sui nostri monti spunterà per l’Italia il sole della libertà… >>
La strana commedia di una Corsica che si dà spontaneamente alla Francia, giocata con insolente sfacciata ostinazione dai propagandisti francesi, viene smentita categoricamente dallo stesso Voltaire che afferma: << Piano! Ci vuole dell’oro e del sangue per sottomettere la Corsica al potere del Re di Francia >>. Ciò non di meno, le autorità scolastiche d'occupazione, al fine di disitalianizzare completamente alle radici la gioventù còrsa, facevano cantare fino a tempi recenti, ai bambini delle scuole di Corsica, una volta tanto nel dialetto che i bimbi usavano abitualmente tra loro: << Simu francesi o trallallero, simu francesi o trallallà!... >>. Si aggiungeva però la voce dei più grandi: << Finché la duri o trallallero, finché la duri o trallallà!... >>.
Dimostrato, anche dagli storici francesi obiettivi, che la lotta per la libertà còrsa altro non fu che resistenza allo straniero di una parte d'Italia e che il Generale Pasquale Paoli fu un Eroe italiano, primo combattente in epoca recente per l’unità della Patria, vediamo come questa strenue ed infelice lotta fu il segnale precursore del nostro Risorgimento. La Corsica fu e rimarrà per sempre l’Italia. Il suo possesso da parte della Francia rimane una provocazione per tutto il popolo italiano.
Formatosi nell'ambiente illuminista della Napoli di Antonio Genovesi e di Gaetano Filangieri, Pasquale Paoli - che si era preparato già da qualche tempo a rientrare nell'isola con un ruolo dirigente - avrebbe impresso una svolta decisiva alla rivolta còrsa: fu Paoli che gli fece assumere i connotati di prima vera (ed ingiustamente oggi misconosciuta) rivoluzione borghese d'Europa, e sua è la prima costituzione (anch'essa ingiustamente poco nota) democratica e moderna, quella che regolò la vita della Corsica indipendente dal 1755 alla conquista francese 1769.
Giunto in patria il 19 aprile, Paoli raggiunse il fratello Clemente a Morosaglia e, tra il 13 e il 14 luglio 1755, venne proclamato generale di quella che ormai, con piena coscienza, si definiva come la Nazione còrsa. L'elezione avvenne presso il convento francescano di Sant'Antonio di Casabianca. Emanuele Matra, notabile della regione di Aleria, raccolti intorno a sé un gruppo di maggiorenti avversi al partito di Paoli, non ne accettò l'elezione e diede vita ad una vera e propria guerra civile per opporvisi.
Affrontato con polso di ferro e vinto entro novembre dal neoeletto Generale della Nazione (che, secondo il console francese a Bastia, riceveva appoggi britannici), il Matra, che era sostenuto dai genovesi, fu sconfitto e costretto all'esilio. Malgrado il successo, Paoli dovrà affrontare ancora per anni le ostilità suscitate dai membri della famiglia Matra e dai loro alleati.
Tra il 16 ed il 18 novembre 1755, riunita una Consulta generale a Corte (divenuta capitale dello Stato còrso), Paoli promulgò la Costituzione di Corsica.
La nuova costituzione teneva conto della struttura istituzionale preesistente, perfezionandola e migliorandola, e, pur dovendo adeguarsi alla situazione d'emergenza, di isolamento geografico, di guerra e di assenza di un vero riconoscimento internazionale del nuovo Stato che essa istituiva e regolava, contribuì a rendere Paoli molto popolare negli ambienti illuminati di tutt'Europa e tra i coloni inglesi insorti che daranno vita agli Stati Uniti d'America e alla loro Costituzione.
La Costituzione còrsa attirò l'attenzione di tutta Europa per la sua eccezionale carica innovativa e Paoli chiese la collaborazione di Jean-Jacques Rousseau per perfezionarla. Il filosofo ginevrino rispose volentieri all'appello e redasse il suo Progetto di costituzione per la Corsica (1764).

LA CALATA DEI BARBARI


Gli invasori francesi, giunsero per la prima volta in Corsica nell’anno 1764, dopo la firma del trattato di Compiègne, col quale la Francia si impegnava ad occupare << temporaneamente >> l’isola per poi, una volta pacificata, restituirla a Genova. Ciò venne pure confermato nel trattato di Versailles del 1768, ma, per la Francia, i trattati non furono altro che << chiffons de papier >> ("stracci di carta")!
Finché i còrsi credettero agli scopi pacificatori della Francia, il loro capo Pasquale Paoli non disdegnò di trattare con loro, ma, quando il doppio giuoco di questa mediazione che non era affatto disinteressata, venne scoperto, i patrioti dell’isola si sentirono inferociti; la tradizione degli antenati era in pericolo ed a difenderla contro i francesi accorsero in massa vecchi, sacerdoti, uomini, donne e bambini. Da Capo Còrso all’estrema punta di Bonifacio fu un solo grido di riscossa contro la Francia rea e bugiarda e dovunque si impugnarono le armi: << fuori i barbari… fuori i francesi! >>. I preti facevano giurare sugli altari di morire piuttosto che sottomettersi alla Francia, i combattenti prima della battaglia lanciavano l’estremo grido di fede: << eu sò italianu! >>. Si brandirono gli archibugi tenuti nascosti nelle tombe o sotto i materassi, si armò alla meglio i più validi e chi non ebbe la fortuna di trovare un fucile andò incontro alle artiglierie francesi con gli attrezzi da lavoro, le scuri dei boscaioli delle foreste del Niolo e del Valdoniello, le falci dei mietitori di Aleria, i forconi, le zappe e quant'altro. Raccontano le cronache, che nel furore dell'ultima eroica ed impari battaglia di Ponte Nuovo, vennero sguinzagliati contro la soldataglia francese oltre tremila cani da pastore! Tutto fu tentato dai nostri fratelli isolani per resistere all’invasione dei << barbari >> ...e per tre lunghi anni durò questa epica lotta.
<< Fratelli carissimi, Dio è con noi!... all’armi all’armi o còrsi, siate tutti pronti a morire per la Corsica e per la religione di Roma. I francesi sono i nostri nemici, ci vogliono togliere la nostra libertà. Morte, morte ai francesi!... Sterminiamoli! Tutti! Tutti!!! Coraggio còrsi, il Re di Sardegna non ci abbandona! Tutti in piedi! Chi ammazza un francese va in Paradiso…! >>. Così un prete del paesino di Guano ammoniva i suoi parrocchiani. Si suonarono le campane delle chiese, il corno marino ("u columbu") chiamò a raccolta i pastori sparsi nelle foretse ed in poche settimane i << barbari >> batterono in ritirata, incendiando i raccolti e spargendo ovunque la miseria e la morte. Ma altri 40.000 francesi erano giunti di rinforzo e, dopo aspra lotta, i nostri fratelli di sangue furono totalmente distrutti - come abbiamo visto - il 9 maggio 1769 a Ponte Nuovo.

“LA PACE DEI SEPOLCRI “


La "pace" - se così vogliamo dire - venne ristabilita in Corsica ...e nell’animo straziato degli isolani calarono le tenebre dell’abbandono. La Francia, potenza occupante, era ricca, unita e potente ...mentre non lo erano gli altri italiani della penisola, frammentati e divisi in molteplici staterelli, sovente in lotta fra loro! Nessun aiuto poteva quindi venire dal resto della Patria Italia! Violentata nella sua italica tradizione, straziata nelle sue aspirazioni, impoverita con la malaria ed il banditismo, la Corsica francese incominciava il suo calvario. Chi si ribellava, non onorava << et venerava >> le strapotenti armi di Francia (sic) veniva sottoposto a torture; si ripristinava il supplizio della ruota, scomparso in Corsica fin dal medioevo, si mandavano nell’isola dei generali francesi avidi di sangue e di vendetta, si distruggevano i paesi, si incendiavano le foreste con la scusa di snidare i ribelli, si tagliavano gli alberi da frutto senza che nessuno, a Parigi, si commuovesse nel sentire << Il rapporto lacrimevole delle povere genti di Corsica >> che chiedevano giustizia proclamando sdegnosamente << Codice francese? Codice di sangue! >>. << Pace francese? Pace dei sepolcri e degli schiavi! >>.

IL TRIBUNALE …IN CHIESA E LA FORCA IN SACRESTIA
Zone di costa ancora selvaggia


Se la tragedia della Foibe, nella Venezia-Giulia, Istria e Dalmazia del secondo dopoguerra fu terribile e sanguinosa, quella dei patrioti còrsi non fu meno crudele ed inumana.
I francesi del generale Sionville stabilirono il tribunale nelle chiese delle Pievi del Niolo. Centinaia di abitanti (uomini, donne, fanciulli) venivano accatastati nelle navate e, man mano, malmenati dalle guardie, passavano davanti ai giudici; la sentenza era presto pronunziata e la vittima passava in sacrestia dove il boia azionava la forca.
La Francia aveva fatto della chiesa lo scannatoio di quei fratelli còrsi che, coscienti della loro bimillenaria civiltà romana, non volevano piegare la fronte al prepotente invasore. Con tutto ciò da Parigi si sanciva che la Francia era la <<figlia primogenita della Chiesa>>!

IL DRAMMA DI UN POPOLO ITALIANO


Impoveriti, come visto, dalla feroce repressione e, poi, anche dalle guerre di conquista promosse dalla Francia, molti còrsi furono costretti a mettersi al servizio di quella potenza. L’abbandono delle campagne, le terre incolte, i paesi cadenti e spopolati, lo spettacolo della miseria e dell’abbandono sono le prime visioni delle genti di Corsica in mezzo allo squallore di una vita dura ed inumana. Arrivava ai còrsi l’eco delle ricchezze di Parigi; la voce della propaganda francese si insinuava fin sugli alti monti delle Pievi: << Povero còrso, scalzo ed affamato, la tua tempra è robusta, il tuo petto è audace, i tuoi garetti sono solidi, il tuo sangue è schietto, però la tua mensa è deserta, il frutto del tuo lavoro non ti potrà sostentare la vita; sarai così condannato a vivere nella povertà senza speranza di nessun conforto… Pensa bene che quando sarai vecchio non ti resterà nemmeno la possibilità di rifugiarti in un ospedale… La tua terra è maledetta, nel fuoco della tua forgia vi è il diavolo, nell’acqua del tuo molino vi è il fango, nel vino della tua vigna vi è il veleno; e poi, quale terra vuoi tu coltivare? La pianura di Aleria è malarica, il tuo mondo è in preda al banditismo, gli olivi della Balagna sono tarlati, i castagni d’Orezza e d’Alesani pure! Vieni in Francia e troverai il progresso, la civiltà, il benessere. Abbiamo bisogno di te, della tua genialità, del tuo lavoro, del tuo sangue schietto, della tua pelle per fertilizzare gli altipiani dell'Algeria, le vallate del Congo, le pianure della Cocincina (vecchie colonie francesi) …Ti daremo dei soldi! ...<<de l’argent>>!... <<de l’argent>>!!! E se tu sarai un vero francese, dirai male della tua antica Madre Patria: l'Italia, la combatterai in ogni sua legittima ed umana aspirazione, allora ti daremo dei cannoni, dei nastrini, delle pensioni, delle decorazioni; se poi sarai un servo fedele, disposto a combattere contro il tuo sangue, allora la Francia, sempre generosa, ti farà salire in alto nei posti governativi ed appagherà il desiderio che la vecchia madre espresse prima della tua partenza: <<ritorna cu lu cumandu in manu>>. Ma bada bene, povero còrso, che se un giorno ti ricorderai che sei italiano e penserai minimamente di congiungerti o di simpatizzare con i tuoi fratelli della penisola, allora non ci sarà per te che odio, insulti, minacce, commissari speciali di polizia e le famose prigioni di Calvi, di Tolone, di Nimes.
Se ti ricorderai di essere discendente delle legioni romane e non dei <<chasseurs d’afrique>> ("Cacciatori d'Africa", noto reggimento coloniale della Repubblica Francese) allora, <<sale corse>> ("sporco còrso") non ti salverà più nessuno se non riuscirai a svignartela in mezzo ai <<maccaronì>> dell’altra sponda.

Sette secoli di Corsica romana

Fallita la spedizione, non era cessata l'attenzione dell'Urbe per il mare e per questo interesse giunse anche, all'incirca nel 348 a.C., a stipulare due trattati con Cartagine, entrambi riguardanti Sardegna e Corsica; ma se rispetto alla prima isola i passaggi dei trattati sono ben chiari, i patti sulla seconda sono tutt'altro che nitidi, al punto che Servio osserva che in foederibus cautum est ut Corsica esset medio inter Romanos et Carthaginienses. Anche Polibio, narrando dei trattati, non menziona la Corsica e da questo silenzio, insieme al fatto che l'isola non figurava nemmeno nelle descrizioni dei territori a controllo cartaginese, il Pais ed altri dedussero che la facoltà di controllarla che tempo prima Cartagine aveva pattuito con gli Etruschi, si fosse da questi trasmessa a Roma. Tuttavia lo stesso Pais ricorda, per converso, che Cartagine non aveva mai rinunziato a mire sull'intero Mediterraneo, e che riponeva nella Corsica un interesse specifico, giacché a partire dal 480 a.C. ne assoldava periodicamente fidati mercenari; questa circostanza, unita ad una facile riflessione sull'importanza strategica di un'isola a vista, anzi dirimpettaia delle rive liguri, toscane e laziali, punto quindi di osservazione e di attacco, parrebbe smentire l'ipotesi di un disinteressamento di Cartagine come causa del silenzio dei trattati.
  Prima di potersi dedicare a terminare l'occupazione della Corsica, Scipione si allungò in Sardegna dove i locali erano in rivolta contro Roma;. Nonostante al rientro del console Scipione a Roma si celebrasse il suo trionfo per la vittoria su Cartaginesi, Sardi e Corsi,  si rese necessario 23 anni dopo, nel 236 a.C., che il senato capitolino dichiarasse guerra ai Corsi ed inviasse una spedizione di conquista guidata da Licinio Varo, non coerente con il relato di già avvenuta occupazione dell'isola pervenuto da alcuni storici romani
Nell'81 a.C. furono i legionari di Silla a trovare in Corsica il luogo di pensionamento, stavolta presso Aleria, seguiti dai veterani di Giulio Cesare.
Nel 44 a.C. Diodoro Siculo visitò la Corsica e notò che i còrsi osservavano tra loro regole di giustizia e di umanità che valutò più evolute di quelle di altri popoli barbari; ne stimò il numero in circa 30.000 e riferì che essi erano dediti alla pastorizia e che marchiavano le greggi lasciate libere al pascolo. La tradizione della proprietà comune delle terre comunali non fu eradicata del tutto se non nella seconda metà del XIX secolo.
Seneca passò dieci anni in esilio in Corsica a partire dal 41. Malgrado i continui collegamenti con l'Italia e forse per la sua natura selvaggia, l'isola divenne regolare mèta d'esilio e rifugio di cristiani, che probabilmente vi diffusero la nuova fede.
In epoca Antonina si perfezionarono le vie di comunicazione interna (strada Aleria-Aiacium e, sulla costa Est, Aleria-Mantinum - poi Bastia - a Nord e Aleria-Marianum - poi Bonifacio - a Sud): l'isola era pressoché completamente latinizzata, salvo qualche enclave montana.
Sembra accertato che l'isola sia stata colonizzata dai Romani soprattutto per mezzo delle distribuzioni di terre a veterani provenienti dall'Italia meridionale - o dai soldati provenienti dagli stessi strati sociali ed etnici cui furono similmente assegnate terre soprattutto in Sicilia - il che aiuterebbe a spiegare alcune affinità linguistiche riscontrabili ancor oggi tra còrso meridionale e dialetti siculo-calabri. Secondo altre ipotesi, più recenti, gli influssi linguistici potrebbero essere dovuti a migrazioni più tarde, risalenti all'arrivo di profughi dall'Africa tra il VII e l'VIII secolo. La stessa ondata migratoria sarebbe approdata anche in Sicilia e in Calabria.

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