FANCY 1

COME UN PRISMA CHE MOSTRA L'INTERO SPETTRO DELLA LUCE...

mercoledì 19 giugno 2019

IMMAGINI DI UN COMPLOTTO ?

Lunar and Planetary Institute

                  Grazie a questa istituzione possiamo vedere una selezione da oltre ventimila foto delle missioni Apollo, particolarmente mirata a quelle della luna. La prima cosa che mi viene da pensare è che se la tesi del "complotto" fosse vera  questa organizzazione avrebbe avuto un bel daffare per costituire un tale archivio e perché poi dopo tanti anni?   -  L. Fancelli

-         Fino ad ora, questi prodotti cinematografici hanno risieduto in celle frigorifere o sono stati accantonati e archiviati presso i repository di dati della NASA. L'accesso ad essi richiedeva un viaggio a Houston, Washington DC o in altri luoghi e per le ricerche manuali tramite raccoglitori, microfilm o altri cataloghi, per i quali era possibile richiedere e produrre ristampe fotografiche. In effetti, il pubblico, a causa di questi limiti, non ha mai avuto l'opportunità di vedere la maggior parte delle foto scattate dagli astronauti dell'Apollo




















      Grazie agli scrupolosi lavori dello staff di LPI, queste fotografie inestimabili sono state scannerizzate digitalmente e ora sono disponibili in una risorsa digitale online facile da usare. Ora è possibile navigare nella collezione di immagini nella sua interezza nel comfort della propria casa o biblioteca. Queste fotografie, insieme alle trascrizioni delle missioni, rappresentano il registro più completo dei voli Apollo così come sono accaduti. Molte delle immagini di questa collezione sono fotografie banali di attrezzature, ma le immagini degli astronauti, della Terra che fluttuano nel vuoto dello spazio e di altre visioni extraterrestri trascendono la descrizione. Come è stato spesso notato dall'equipaggio ed è evidenziato dalle immagini della superficie lunare, anche quel tetro paesaggio conserva una sua bellezza austera.

lunedì 17 giugno 2019

RADICI MEDIOEVALI DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

In generale si fa cominciare la Rivoluzione Industriale dall'avvento delle macchine a vapore nei secoli XVII e XIX, ma già molto tempo prima un ruolo significativo fu svolto da macchine azionate dall'acqua.

       Le origini dell'industria moderna vengono fatte risalire solo alla fine del settecento, quando il lavoro manuale fu soppiantato da macchine a vapore, prima nell'industria tessile del cotone e in seguito nelle altre industrie. Questo periodo è chiamato Rivoluzione Industriale, un'espressione che fa pensare a una frattura brusca nei confronti degli sviluppi dei secoli precedenti. Ma la storia dell'energia idraulica nell'Europa del medioevo e dell'inizio dell'era moderna presenta un quadro diverso.

Questo mulino per la lavorazione dei minerali azionato da una singola ruota idraulica che si nota a sinistra in alto,  è tratto da un'opera edita nel 1556 De Re Metallica di Georg Bauer meglio noto col nome latinizzato di AGRICOLA. Il minerale d'oro veniva lavorato secondo le seguenti fasi: Prima frantumato da un pestello sollevato da una camma (C) subito a sinistra della ruota idraulica., poi frantumato veniva macinato e ridotto in polvere da una coppia di mole a destra della ruota. Al suolo una delle mole è rovesciata per far vedere il foro da cui si introduceva il minerale frantumato.Attraverso il foro d'uscita (H) nella mola inferiore, il minerale si riversava con l'acqua nella prima di tre vasche di sedimentazione (O).La fanghiglia contenente il minerale polverizzato veniva agitata da palette azionate da ingranaggi (X) . L'agitazione separava l'oro più pesante, dalla scoria che infine tracimava dall'ultima vasca.

               Macchine azionate dall'acqua avevano cominciato a soppiantare il lavoro manuale molto tempo prima del Settecento e in alcune regioni d'Europa lo avevano fatto su larga scala:In altri termini sarebbe più corretto considerare l'ascesa dell'industria europea un processo evolutivo risalente almento al VIII e IX secolo, quando gli ingegneri europei cominciarono ad applicare ampiamente l'energia idraulica a processi industriali.


 Le ruote idrauliche medioevali ruotavano orizzontalmente su un asse verticale (A) o verticalmente su un asse orizzontale (B C ) . La ruota orizzontale aveva un rendimento molto basso e non fu molto usata se non  per la macinazione dei cereale. La ruota verticale ha come pregio il basso costo e la semplicità di istallazione. La ruota a cassette (C) alimentata da sopra richiede un salto d'acqua di almeno tre metri o una diga che permetta di creare artificialmente un salto del genere.

La trasformazione di un moto rotatorio in moto lineare può essere conseguita applicando una camma sull'asse della ruota; ruotando essa impegna una camma corrispondente sull'albero di un pestello cosicché durante la ruotazione il pestello viene prima sollevato e poi lasciato cadere.
In questa illustrazione dal de Re Metallica una coppia di manovelle azionate da una ruota a cassette che muove due ruote dentate, converte un moto rotatorio in moto lineare.Questo è trasmesso ai pistoni di due coppie di pompe per miniera: La pompa inferiore di ciascuna coppia solleva l'acqua dal pozzo a un trogolo, in primo piano, da dove sarà sollevata ancora dalle pompe superiori.
Il principio della camma è stato applicato a questo mulino idraulico per la frantumazione delle pietre, tratto dalla già citata opera di Agricola.
Le camme prima impegnano e poi liberano una punteria (G) applicata ai pestelli dalla testa in ferro.


Questa fucina del cinquecento ha mantici azionati da una ruota a palette per conseguire una temperatura elevata nei forni. Una manovella converte la rotazione dell'albero in un moto alternativo. La tavola è tratta da LE DIVERSE ET ARTIFICIOSE MACHINE ( 1588 )  di Agostino Ramelli.

Questa cartiera si serviva di una ruota a palette munita di camme (C) per sollevare e lasciare cadere martelli (D,E ) che riducevano degli stracci in pasta per la produzione di carta. Dopo questa fase il lavoro era manuale: La pasta trasferita in una tinozza (G) estratta dall'acqua con un setaccio e trasformata in foglio con un torchio (F) poi i fogli appesi ad asciugare.

Il mulino a mola verticale differiva dai mulini per cereali per il fatto che la mola superiore rotolava su quella inferiore anziché sfregare sopra di essa. Introdotti nei secoli XI e XII questi mulini venivano usati per frangere le olive ed estrarre l'olio, o per estrarre lo zucchero dalla canna.

Una ruota a palette aziona due ingranaggi che trasformano la rotazione nel piano verticale in rotazione sul piano orizzontale in un mulino per cereali del cinquecento ( dal libro di Ramelli ) .  Le mole sono istallate nel piano superiore, la farina cade in un'area sottostante.

Questa serie di 14 ruote idrauliche sulla Senna è per quei tempi un'opera faraonica. Fu  realizzata tra il 1680 e il 1690 a Marly-Le-Roi, 14 chilometri a Ovest di Parigi, per portare l'acqua a vari palazzi di Luigi XIV. L'impianto che sviluppava da 300 a 500 cavalli vapore all'albero delle ruote ma solamente da 80 a 150 se si consideravano le perdite nelle pompe e nella trasmissione meccanica, pompava acqua in un acquedotto 153 metri al di sopra del fiume.

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lunedì 10 giugno 2019

I.A. AI PRIMORDI

I PRIMI ANDROIDI

                         Mi sembra di poter dire che l'uomo ha sempre cercato di creare ( da quando ovviamente ha ottenuto una certa padronanza della meccanica ) oggetti che riproducessero particolari attività umane e la riproduzione sonora, con l'invenzione del carillon, è stata senza dubbio la base di partenza. Oggi la riproduzione meccanica del movimento è una fase ormai sorpassata e la strada conduce direttamente ad infondere nell'automa un vero e proprio cervello;da anni stiamo ormai parlando di INTELLIGENZA ARTIFICIALE: Con tutti i nuovi scenari che ha spalancato, di cui ancora non si riesce a intravedere completamente le potenzialità, ma prima di tutto con le sensazioni di paura che da sempre attanagliano l'animo umano di fronte al nuovo , a ciò che è sconosciuto.

         
  Personalmente ritengo, come ho già avuto occasione di scrivere, che l'intelligenza artificiale, già in essere a livello globale, arriverà a costituire una propria autocoscienza all'interno della rete planetaria di interconnessioni  ( che guarda caso sembra strutturalmente molto simile a quella di un cervello umano ) senza alcuna necessità di un corpo che le permetta di interagire con il mondo fisico, almeno in un primo momento. Certo, successivamente, una volta acquisita la padronanza totale,  sarà essa stessa a ideare e costruire le varie entità fisiche ( il corpo ) nelle forme ( non credo proprio androidi ) e nei modi che riterrà più opportuni per raggiungere i suoi scopi. E da quel momento per noi saranno "cavoli amari"...

            Ma non voglio andare troppo oltre; voglio quì solo presentare i più famosi esempi di ciò che alcuni geni della meccanica riuscirono a realizzare già nel 1700, lasciando stupefatti popoli e regnanti, precursori degli androidi capaci di agire, senza nemmeno lontanamente pensare che sarebbe arrivato il giorno in cui avrebbero potuto anche "pensare".        

                            L. Fancelli                               

Lo Scrivano                                                                                                                  

                    Questo automa è capace di scrivere un lungo testo. Il piccolo personaggio, un bimbo di circa tre anni, è seduto su uno sgabello stile Luigi XV, tiene nella destra una penna d'oca mentre la sinistra poggia sul tavolino di mogano. Gli occhi seguono le lettere tracciate, l'espressione è attenta; i gesti un po' scattanti, sono tuttavia naturali.

Il meccanismo è estremamente complesso, il più complicato fra quelli dei tre androidi. Per la costruzione, Pierre Jaquet-Droz dovette risolvere problemi difficilissimi. Si trattava in particolare di inserire tutto il meccanismo nel corpo del bambino e di comandare i movimenti del polso attraverso il gomito e il braccio.Si distinguono due rotismi e un sistema ingegnoso li fa scattare alternativamente senza alcun arresto, fino all'esecuzione del punto finale che immobilizza il tutto. Il primo meccanismo alloggiato nella parte superiore fa girare un lungo cilindro ad asse verticale composto da tre giochi di camme; ognuno di essi ha il compito di mettere in azione le leve destinate ad assicurare i movimenti del polso nelle tre direzioni: così la penna non si sposta solo sul piano ma anche in profondità e può anche tracciare le lettere coi pieni e i vuoti. Ad ogni giro di camma si forma una lettera. E' in questo momento che entra in azione il secondo meccanismo per comunicare al cilindro a camme un movimento verso l'alto o verso il basso. La lunghezza della corsa è definita dai nottolini d'acciaio intercambiabili disposti alla periferia di un disco piazzato nella parte inferiore. Ve ne sono 40  ed ognuno fa assumere al cilindro a camme una posizione ben definita corrispondente ad una lettera o ad una determinata manovra ( cambio di riga, assunzione di inchiostro, ecc.. ).
    Si può così predisporre il meccanismo perché l'automa scriva qualsiasi testo comprendente un massimo di quaranta lettere o segni. Molte altre parti meriterebbero una descrizione, come quella per esempio che fa funzionare la testa e gli occhi, poi quella che registra le distanze di spostamento della tavola affinché le lettere si allineino regolarmente l'una accanto all'altra, siano grandi o piccole.














Il Disegnatore   

E' di aspetto assai simile allo scrivano sebbene il suo lavoro sia più spettacolare, ma il meccanismo è in realtà meno complicato. Questo si compone di due parti; la prima alloggiata nella parte superiore, aziona un cilindro a tre giochi di camme di diametro medio di 80 millimetri, molto più grandi di quelle dello scrivano, permettendo di ottenere un disegno più accurato e più fine, con un'amplificazione più grande.

Ad ogni giro di camma viene eseguita una parte del disegno, poi il meccanismo secondario, messo in funzione dal primo, fa salire il gioco di camme in modo che le tre leve del braccio si trovino piazzate sulle tre camme seguenti. Poi il secondo meccanismo rimette in moto il primo che comanda la parte seguente del disegno e così finché tutte e dodici le camme del gioco non hanno lavorato. Il disegno è allora terminato e il gioco di camme riprende delicatamente la posizione iniziale mentre l'intero meccanismo si arresta. Tre giochi di camme intercambiabili, che risalgono all'epoca della costruzione ( 1774 ) permettono di tracciare quattro disegni. Il ritratto di Luigi XV e il disegno del Toutou infatti impiegano ciascuno sei camme in modo che uno dei cilindri porta le camme di questi due disegni.  Durante gli arresti destinati ai cambiamenti di posizione del gioco di camme, il Disegnatore soffia sul disegno per ripulirlo da ogni granello di polvere, comprimendo bruscamente il mantice che si trova nella testa ad intervalli regolari.




La  Musicista 

          Damina dalle vesti sgargianti e lo sguarado dolce e trasognato, la Musicista è certo  il capolavoro dell'umanità artificiale settecentesca. Pierre jaquet-Droz, suo figlio Henri-Louis e Frederich Leschot, tre geni della meccanica, riuscirono ad elaborare un oggetto prodigioso. La Musicista è abbastanza dotata per poter essere paragonata ad una virtuosa e merita di esibirsi su uno strumento degno del suo prodigio. L'accordo dei flauti e la loro sonorità non sono le sole cose che determinano la ricchezza musicale dello strumento: tutti gli elementi meccanici, i tasti, la trasmissione dei mantici vi contribuiscono in pari misura. I ventiquattro tasti di legno sono fissati su montanti in ottone che ruotano attorno a una cerniera fissata a un telaio. Molle di richiamo permettono ai tasti di risollevarsi quando vengono abbandonati dalle dita della Musicista. Sotto ciascun montante in ottone una vite poggia su un pilota ( bacchetta di legno terminante con una barra in metallo ) e permette di regolare l'attacco delle note. Quando il dito poggia sul tasto il pilota viene spinto in un buchetto del somiere ed apre la valvola. L'aria che si trova in permanenza nel somiere, spinta alternativamente da due mantici, penetra allora nel flauto corrispondente e la nota è suonata.
           Il rotismo gira in un telaio composto da tre piastrine sostenute da dodici pilastrini rotondi. Due bariletti in serie sono collegati con catene ai fusi e assicurano così la forza motrice: due molle di grande altezza vi sono rinchiuse. Il resto del rotismo è formato da quattro mobili ( ruote e pignoni ) e una vite senza fine su cui viene ad agire un volante regolatore della velocità. Sull'asse del terzo mobile una manovella e una camma assicurano, in un movimento alternativo, un braccio che verrà a sollevare e abbassare i due mantici spingendo così l'aria senza interruzione.  
           Il braccio non svolge alcuna funzione meccanica ma risponde alla preoccupazione del costruttore di rispettare la morfologia di un essere umano che affetti di assumere la posa necessaria al gioco delle dita su una tastiera. L'avambraccio si abbassa leggermente fino al polso e le dita articolate sono piegate con una posizione perfettamente simile a quella di un virtuoso; in effetti le dita si articolano a partire dalle falangi e danno un'impressione di agilità. Era una tecnica corrente utilizzata dai clavicembalisti del XVIII secolo.
           Montato su un asse munito di due grossi perni d'acciaio l'avambraccio ruota seguendo i movimenti comandati dai beccucci che "leggono" le camme centrali; si sposta in un raggio di 30 cm dal punto di rotazione fino all'estremità delle dita.  Se il corpo, il gomito, il braccio e l'avambraccio sono organi di comando, la mano è il vero organo esecutivo su cui convergono gli sguardi. L'agilità delle dita, la precisione di esecuzione della musica, lo sfioramento dei tasti per certe melodie possiedono un'ineffabile bellezza. Pierre Jaquet-Droz e suo figlio hanno immortalato uno dei più bei successi della natura umana, quello che concretizza nell'azione la creatività dell'uomo.

           Alloggiato sotto il meccanismo principale il meccanismo della riverenza entra in azione alla fine di ogni esecuzione.  Delle bascule vengono ad appoggiarsi sulle camme per seguirne fedelmente il rilievo. Così la Musicista effettuando la riverenza, non si accontenta di chinare il busto ma volta anche la testa verso sinistra inclinandola verso il basso, muove gli occhi da sinistra a destra e dall'alto in basso. Senza questo dispositivo particolare mancherebbe all'opera di Jaquet-Droz il senso dell'umorismo; in effetti la Musicista sembra assumere un'aria divertita quando esegue la sua riverenza.                                               
          IL MECCANISMO DELLA VITA è così chiamato perché assicura in maniera totalmente indipendente i movimenti della respirazione, degli occhi e della testa. Nel corso di una dimostrazione tradizionale si comincia a mettere in moto questo meccanismo proprio per emozionare lo spettatore. L'animazione lentissima e regolare dovuta ai suoi rotismi e leve demoltiplicate dà l'impressione che la Musicista si svegli e prepari il suo auditorio a ricevere il messaggio musicale. E' uno dei meccanismi più sofisticati quanto alla costruzione, ma anche per il fatto che la durata del funzionamento è di circa un'ora e mezzo. Ideato con strabiliante perfezione questo meccanismo permette alla Musicista di essere l'unico automa a possedere il dono supremo: la respirazione, la vita.

                                   cos'è l'  INTELLIGENZA ARTIFICIALE
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giovedì 6 giugno 2019

TI PRESENTO BERTRAND RUSSELL


    Cos'è la filosofia?

   Che cosa fanno i filosofi quando lavorano? Ecco una strana domanda, alla quale possiamo tentare di rispondere mettendo innanzitutto in chiaro che cosa NON FANNO. Nel mondo che ci circonda vi sono molte cose che comprendiamo benissimo. Prendete ad esempio il funzionamento dei motori di un piroscafo. Ciò rientra nel campo della meccanica e della termodinamica. Sappiamo anche molte cose sul modo come è fatto e come funziona il corpo umano; si tratta di materie studiate dall'anatomia e dalla fisiologia. Considerate infine i movimenti delle stelle, cosa di cui sappiamo parecchio; essi riguardano l'astronomia. Tutti questi settori di ben definite conoscenze appartengono ad una o ad un'altra scienza.

        Ma tutte queste regioni della conoscenza  confinano con la zona circostante dell'ignoto. Quando ci si spinge nelle province di confine e al di là di esse, si passa dalla scienza al campo della speculazione ( da speculum, specchio, guardarsi allo specchio, guardare dentro sè stessi ). L'attività speculativa è una specie di esplorazione e la filosofia, tra le altre cose, è anche questo. Tutti i vari rami della scienza hanno preso le mosse da un'esplorazione filosofica; una volta trovate solide fondamenta una scienza procede più o meno indipendentemente, ad eccezione dei problemi di metodo. La filosofia di per sè stessa non si propone nè di risolvere i nostri guai nè di salvare le nostre anime. E', così come la vedevano i greci, una specie di viaggio turistico fine a se stesso. In linea di principio non sorge dunque nessuna questione di dogmi o di riti, o di entità sacre; due sono gli atteggiamenti che si possono adottare nei confronti dell'ignoto. Uno è di chi dice di conoscere, sulla base di determinati libri, certi misteri o altre fonti di ispirazione. L'altro consiste nell'andare a guardare da sé e questa è la via seguita dalla scienza e dalla filosofia.

        Se qualcuno ci chiede che cos'è la matematica, possiamo dargli la definizione del dizionario ad esempio, che è la scienza dei numeri. Si tratta di una definizione incontrovertibile, tale da poter essere facilmente compresa dall'interrogante anche se è del tutto ignaro della matematica. Si possono dare definizioni di questo genere per tutti i settori per i quali esiste un certo corpo di conoscenze.  Ma la filosofia non può essere definita così. Qualsiasi definizione è controversa e implica già un orientamento filosofico per cui il solo modo di scoprire che cos'è la filosofia è quello di fare della filosofia.

       Vi sono molte domande che le persone che pensano si rivolgono una volta o l'altra, nei campi in cui la scienza non può fornire una risposta. Coloro i quali cercano di pensare  per conto loro non vogliono prendere per buone le risposte prontamente date dai portatori di verità.Compito della filosofia è di indagare su queste domande e a volte liquidarle. Così possiamo essere tentati di porci domande circa il significato della vita anzi, se vi è in essa un significato qualsiasi. Il mondo ha uno scopo, lo sviluppo della storia porta a qualcosa, oppure si tratta di domande prive di senso? Vi sono poi problemi come quello se la natura sia in realtà regolata da leggi o se noi lo pensiamo soltanto perché ci piace vedere le cose in un certo ordine. Vi è il dibattito generale se il mondo sia diviso in due parti differenti, lo spirito e la materia e, se è così, in che modo le due parti stiano insieme.   E che cosa dobbiamo dire dell'uomo? E' un granello di polvere che striscia senza speranza su un piccolo pianeta privo di importanza come lo vedono gli astronomi, oppure, come lo vedono i chimici una combinazione di elementi messi insieme in maniera estremamente abile? O infine l'uomo è come appare ad Amleto, di nobile ragione ed infinite capacità? L'uomo è forse tutte queste cose insieme?

         Accanto a queste vi sono domande etiche, relative al bene e al male. Vi è un modo buono di vivere e un altro cattivo oppure è indifferente come viviamo? Se vi è un modo di vivere buono qual'è e come possiamo imparare a vivere così? Esiste qualcosa che possiamo chiamare saggezza oppure quella che sembra tale è soltanto vuota follia? Sono tutte domande che non possiamo affrontare facendo degli esperimenti in un laboratorio e d'altra parte coloro che hanno una mentalità indipendente non vogliono appoggiarsi sulle affermazioni dei dispensatori di elisir universali.  E' ad essi che la storia della filosofia indica quali risposte possano essere date, imparando che cosa ne hanno pensato gli altri, in altri tempi.                                                             *********************************************************************               

        Ecco,   ti ho presentato  Bertrand Russell...           se vuoi approfondire  clicca quì                  

sabato 18 maggio 2019

NAUFRAGIO A CASTAGNETO CARDUCCI - 200 ANNI FA

NAUFRAGIO AL SEGGIO

           Avvenuto la notte del 3 Febbraio 1818 davanti la foce del torrente Seggio, nel territorio di Castagneto Carducci, sembra non aver lasciato alcuna traccia nella memoria dei castagnetani mentre tutti i particolari sono tutt'oggi reperibili negli archivi storici. Particolari che ritengo estremamente interessanti per la cronaca diretta fornita dalle numerose relazioni estese dai soldati di stanza alla Torre di Castagneto ( oggi conosciuta come il Forte ) in base a procedimento giudiziario istruito nei loro confronti in quanto rei di colpe considerate gravissime per aver contravvenuto alle norme sanitarie allora vigenti: norme che ci illuminano sul terrore di contagio che potesse venire dal mare; contagio che riguardava prima di tutto la malaria ma anche tutte le altre "pestilenze" conosciute ( peste, colera, vaiolo ecc..).

                Come detto la notte del 3 Febbraio 1818 un brigantino a due alberi, per una fortissima tempesta di libeccio, si fracassa violentemente poco distante dalla riva; bilancio: la perdita dell'intero equipaggio e la distruzione della nave. Fin quì niente di eclatante se non la drammaticità dell'episodio; sono i fatti avvenuti immediatamente dopo che destano un particolare interesse. I militari addetti alla salvaguardia sanitaria del territorio si appropriano indebitamente dei materiali che il mare ha gettato sulla spiaggia trasgredendo così a tutti i regolamenti sanitari vigenti.  Di fatto la salvaguardia sanitaria si collocava al primo posto ( assieme all'impegno della difesa dalle incursioni corsare ), tra le priorità delle autorità del tempo.  Non era passato molto tempo da quando nella città di Livorno si era manifestata un'epidemia di febbre gialla (1804): ciò rende più comprensibile la particolare attenzione che  viene posta all'osservanza di tutte quelle che erano ritenute le necessarie norme di prevenzione, sopratutto per il traffico marittimo.    All'epoca infatti, si riteneva che quest'ultimo costituisse uno dei principali veicoli per la trasmissione di un eventuale contagio e del susseguente sviluppo epidemico. In questa occasione ancor più visto che era ignota la provenienza del bastimento. I materiali recuperati fecero supporre che il brigantino provenisse dai Balcani, un'area ad alto rischio epidemico.   Contemporaneamente però veniva sottovalutato il problema del basso livello igienico mantenuto dalla popolazione urbana locale - vale per tutti l'esempio di Rosignano dove - ancora nel 1824 - esistono seri problemi igienici derivanti dal fatto che persiste l'usanza di lasciare circolare il bestiame libero per il centro abitato. Se a questo si aggiunge l'usanza di gettare qualsiasi immondezza, nonché i liquami umani nelle pubbliche vie e piazze, il quadro igienico sanitario si fa completo.      Se di fatto il traffico marittimo costituiva una delle principali preoccupazioni sanitarie, lo era ancor di più il movimento marittimo a carattere di "clandestinità". Nottetempo, sempre più spesso, barche approdavano di nascosto nei numerosi anfratti per praticare il contrabbando o eludere i posti di controllo perché privi dei documenti attestanti l'idoneità sanitaria. Il problema era veramente emergente. Il Granduca Pietro Leopoldo, appena salito al trono toscano, si mise immediatamente a riorganizzare l'intero assetto degli organismi amministrativi e delle magistrature sanitarie fino a raggiungere un alto livello di efficienza, tra i migliori riscontrabili nel Mediterraneo.

              Si capisce pertanto quale livello di gravità sia stato raggiunto dai militari resisi colpevoli di "prevaricazione in servizio di Sanità".    I documenti rinvenuti nell'Archivio di Stato di Livorno ci forniscono una vivace e  drammatica cronistoria delle fasi del naufragio. Sembra inoltre emergere da essi una chiara volontà di non intervenire per tentare un salvataggio lasciando la nave e l'equipaggio al loro destino ormai scritto, al fine di salvaguardare la salute delle popolazioni locali: scelta  discutibile ma comprensibile perché ancora una volta si viene a testimoniare il panico, il terrore per le epidemie che si stava vivendo nel periodo storico esaminato.











IL BASTIMENTO

              Quello coinvolto nella storia quì narrata era un brigantino a due alberi con coffa; ed era dotato di un limitato armamento ( come dimostra il ritrovamento di soli due affusti di cannone ) per tentare di difendersi dagli eventuali attacchi dei pirati ancora presenti nel Mediterraneo.  Le dimensioni piuttosto ridotte, visto l'esiguo numero degli uomini di equipaggio. Inoltre per il fatto che questi, ad un certo momento, avesse spiegato il trinchettino ci fa supporre che potesse essere del tipo brigantino-goletta. Comunque sia, come vedremo, la nave non potè far nulla per opporsi alla violenza dei marosi ai quali dovette poi soccombere.

IL NAUFRAGIO

              3/2/1818, Martedì, ultimo giorno di carnevale, il mare è agitato da un forte vento di libeccio. Al primo mattino " un brigantino incognito a due alberi con carico di grano, verosimilmente procedente da levante ottomano " naufraga a circa 175 metri dalla riva, in prossimità della foce del torrente Seggio, nella comunità di Castagneto ( oggi Castagneto Carducci ).  A bordo dovevano esserci complessivamente sei individui: tanti furono i cadaveri recuperati sulla spiaggia. Un ultimo tentativo effettuato dall'equipaggio per salvare il bastimento fu quello di puntare la prua della nave verso terra, nella speranza che la stessa si arenasse sui fondali sabbiosi; passata la burrasca si sarebbe poi provveduto in qualche modo a disincagliare lo scafo, ma lo sforzo dei marinai fallì miseramente.  L'urto contro il banco di sabbia fu particolarmente violento. In un primo momento la manovra parve riuscita; la nave effettivamente si arenò a poche decine di metri dalla riva...  " il brigantino era investito sulla rena che formava una specie di scogliera distante circa 300 braccia da terra... ( deposizione del Sotto-tenente Pierazzuoli )".  Ma nella notte tra il 3 e il 4 Febbraio delle grida strazianti e uno schiantare di legname annunciarono la fine del vascello.  Ecco alcune delle testimonianze di coloro che furono in vario modo presenti alla tragedia.

Testimonianza del Tenente Marco Aubert:  

      "Alle 7 del mattino del giorno 3 Febbraio vi era un forte vento con mare burrascoso, dalla parte di levante apparve un brigantino a due alberi, con gabbia, diretto verso ponente senza avere alzato le vele...giunto nei paraggi del Seggio...osservai che quel bastimento voltò la prua verso la spiaggia, spiegando il trinchettino e venne a gettarsi sulla terra incagliandosi, un colpo di fucile distante precisamente dall'imboccatura del Seggio. Non appena incagliato si vidde, in un sol momento, staccarsi dal bastimento tre imbarcazioni nude; molti oggetti e con quanto i parapetti del ponte, che comparve ad un tratto netto e pulito di ogni materia ad eccezione degli alberi. Si vidde ancora che alcuni individui erano ascesi sulle gabbie e si erano ivi situati come in ricovero, e per difendersi da quel terribile fine da cui erano minacciati...Tutto il rimanente del giorno passò  senza che il bastimento ( facesse ) alcun movimento.  Alle ore 4 della notte del tre, veniente il 4, fu inteso dal bastimento molte voci e grida di dolore, che vennero seguite da un forte strepito di rottura di legnami a cui nuovamente succedette un perfetto silenzio...Comparso il giorno seguente,4, si vidde che il bastimento più non esisteva, che porzione di piano del medesimo era giunto a terra, che un ammasso di legnami si vedeva galleggiare sull'acqua nel luogo medesimo ove prima esisteva intiero e che tutta la spiaggia era ricoperta di oggetti di ogni specie. " 

I primi interventi e i recuperi

        Il giorno stesso dell'avvistamento della nave in difficoltà, la macchina sanitaria faticosamente si mise in moto. I militari addetti si limitarono a controllarne i movimenti da terra, per la paura, affatto remota, che un contatto con essa potesse essere trasmissione di eventuali contagi. Contemporaneamente si provvedeva alla formazione di un cordone sanitario.Esso era composto oltre che dalle forze presenti alla Torre di Castagneto, anche dai cannonieri guardacosta di stanza alle torri di Vada, Cecina, e al forte di Bibbona. Nello stesso momento un drappello di dodici cavalleggeri pattugliarono costantemente, sia di giorno che di notte, il territorio in prossimità della foce del torrente Seggio.  Il ridotto militare era posto agli ordini del Sotto-tenente Pierazzuoli, comandante del forte di Castagneto. Le truppe appiedate, organizzate in cinque picchetti di tre soldati, posti sotto il comando di un sergente o di un caporale, controllavano che nessuno si appropriasse dei materiali provenienti dal naufragio e che il mare continuava a rigettare sulla spiaggia.

Dall'Archivio di Stato  gli originali verbali del processo





Inquadramento storico -

                 E' sotto il governo degli Asburgo-Lorena  ( Pietro Leopoldo ) succeduti ai Medici che si compie " la grande opera " di messa in sicurezza della costa. Un enorme  investimento finanziario allo scopo di valorizzare territori in quel momento paludosi, inutilizzabili e malsani; un enorme impegno dovuto alla lungimiranza di quel Granduca che già all'epoca aveva sviluppato la visione di quelle che oggi chiamiamo "le grandi opere " come interventi che a lungo termine daranno grande beneficio all'intero stato e in effetti, ancora oggi ne godiamo i benefici. In prima fase la canalizzazione delle acque, seguita poi dalla costruzione delle torri di presidio militare, in una lunga serie che andava da Livorno fino al Principato di Piombino, ospitanti ognuna la sua guarnigione militare munita di cannoni ed armi leggere, realizzate proprio sulla spiaggia a distanza di vista l'una dall'altra. Unica mancanza rimase il tratto Cecina - San Vincenzo dove probabilmente l'insalubrità dei terreni non permise il completamento fino al 1785 con la costruzione dei forti di Castagneto e Bibbona. La  "via dei cavalleggeri "  certamente non corrispondente a quella che oggi è così denominata a Castagneto ma passava direttamente a filo dei primi "macchioni" di ginepro a vista mare poiché era proprio il compito dei cavalleggeri quello di controllare a vista le rive percorrendo su e giù la costa continuamente da un forte all'altro. Questa ostilità verso il mare ci fa capire anche il perché nella cucina castagnetana manca quasi totalmente ( almeno fino a tutti gli anni '60 ) la cultura culinaria del pesce -  Ti invito quindi a vedere le migliori ricette della  Tradizione culinaria di Castagneto Carducci

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          Una cassa di dobloni d'oro? 

 Come nelle migliori tradizioni delle avventure di pirateria non mi direte che non avete pensato al classico forziere pieno di monete d'oro, anche se proprio a Castagneto sembrerebbe una cosa quantomai improbabile. Ebbene leggete quanto segue, riportato fedelmente dagli archivi di stato di Livorno:


-----------  " Per sfogo di diversi rapporti che mi sono stati diretti dal Castellano di Vada e prevenire quelli che potessero giungere all'E.V., mi credo in dovere di disturbarla colla narrazione di un fatto che sembrava di essere di qualche importanza per l'Amministrazione Sanitaria....: - Un certo Ciangherotti, assai e attivo soggetto, Cannoniere di questa mia Compagnia, nella circostanza di ritrovarsi in casamatta a Vada per ordini del Si.Magg.Comandante, confidò, giorni sono fatto (con) la massima segretezza ad un suo compagno che essendo di servizio distaccato al Forte di Castagneto, nell'occasione dell'ultimo naufragio ivi accaduto, aveva trovato una cassa nella quale aveva potuto distinguere dalle fessure della medesima, dei pacchetti di monete.   Ma in quel momento, per timore di essere osservato da qualcuno dei suoi camerati, in quello stesso luogo in cui l'aveva trovata, l'aveva sotterrata sotto la sabbia, facendo dei segni a qualcuno dei macchioni colà vicini, per potere quindi rintracciarla. Soggiunse che essendo stato costretto di partire all'improvviso non gli era stato possibile di portarsi seco il tesoro da lui trovato.  Ha dunque stabilito questo Ciangherotti, d'accordo con suo confidente, di fuggire di notte dalla casamatta per mezzo di una falsa chiave che ho saputo esistere effettivamente nelle mani di un altro cannoniere di quell'istessa guarnigione; e quindi di portarsi al forte e sulla spiaggia di Castagneto per rintracciare e portare via il tesoro.      La pioggia che cadde dirottamente tutta la notte pose ostacolo all'esecuzione di lui progetto, ma uno dei confidenti del Ciangherotti raccontò in segretezza il fatto al Sergente Massola; questi sempre in segretezza lo partecipò al Castellano il quale sotto l'istesso sigillo me ne fece il rapporto.....Obbligai quindi i suoi compagni a secondare le mie vedute e coll'aiuto di vari bicchieri di vino fu rinnovato il progetto di andare a Castagneto.   Tosto io fui informato di quanto era stabilito ( e ) spedii al forte suddetto il Tenente Verzani il quale partì immediatamente e dispose quindi delle sentinelle nascoste in quell'istessa notte nei macchioni vicini per potere esattamente osservare il Ciangherotti e i di lui compagni nell'atto che il tesoro fosse stato da loro levato di sottoterra. Avendo però subudorato qualcosa il Ciangherotti al momento di partire si separò con dei pretesti dai due compagni e non si fece più trovare.  Alla mattina dopo, avendolo io fatto chiamare davanti a me seppi che non si era più in grado di avere di lui notizia alcuna.....( 11 Marzo )...........   né successivamente si ebbe più notizia alcuna......   

Il forte di Castagneto in una cartolina degli inizi del 1900  ( Studio Breschi )

             Ora sicuramente questi fatti hanno più del film di avventure che altro, senonché i documenti originali sono ancora consultabili a Livorno (Archivio di Stato e Biblioteca Labronica ): la zona in questione dovrebbe essere con tutta probabilità a Nord della foce del Seggio perché le forti mareggiate tendono sempre a spingere a Nord e non a Sud;  con un buon cercametalli e un po' di fortuna bisognerebbe andare proprio nel parco dove c'é la villa "Le Sabine", ma la proprietà è sorvegliata e impenetrabile.- La proprietà è del Marchese Antinori - hai visto mai che ancora valga il detto " i soldi tornano sempre ai soldi" ? -----------------------------------------------------------------------------------------------------------
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LA COSTA AI TEMPI DEL GRANDUCATO                 

              Con la descrizione dei vari forti difensivi è molto interessante anche la ricostruzione ambientale lasciata dal georgofilo Lapo de' Ricci nel suo " Viaggio agrario per la Via Aurelia da Livorno a Roma ". Nel descrivere la zona di Cecina rileva che: ..."vasti piani danno un'idea dell'abbandono in cui si trova la coltura maremmana; bestiami vaganti di ogni specie abbandonati a loro medesimi, scorrono dal poggio al piano, dal bosco al seminativo distruggendo sovente i teneri getti delle piante nei boschi come le messi nei campi; bestiami vaganti senza direzione e senza guida e però magri e stentati, offrono miserabile spettacolo al viaggiatore atterrito per quella solitudine, che non trova abitazioni o ricoveri di animali... tutto è squallore e abbandono...".                    Ma quando entra nella tenuta di Bolgheri, di proprietà dei conti Della Gherardesca, gli si presenta una situazione assai diversa, che così descrive:  " Un viale diritto indica che si va per quello in un luogo abitato non solo, ma signorile ancora. Un vasto fabbricato che serve ad uso di granaio e di magazzino di custodia per le grasce e unite al quale ampie stalle capaci di contenere cinque o seicento pecore, i bestiami vaccini e anche le bufale......entrati nel lungo stradone che da San Guido conduce a Bolgheri noi percorremmo circa tre miglia. Da primo terreni seminativi coltivati, entrando in mezzo ai quali si trovano delle capanne per il bestiame assai da lodarsi per la buona intelligenza di costruirle, come l'accuratezza nel mantenerle.  Non possiamo astenerci da rilevare i buoni effetti della filantropia del conte Della Gherardesca... E' bello vedere la situazione agiata nella quale ha posto i contadini mezzaioli della tenuta, giacché essendo entrati nelle case loro gli abbiamo trovati cibarsi di pane bianco, provvisti di carni salate come di ottimo vino ed abbiamo osservate le loro case bene e decentemente corredate di mobili e di biancheria quanto nelle provincie più ricche di Toscana ".  Pero', anche in questi luoghi sulla costa, nei pressi dell'area del naufragio, deve rilevare una situazione di danno ambientale:                                               Prima di lasciare le fabbriche di San Guido volgemmo l'occhio alla spiaggia del mare coperta in molti punti di bosco e che in uno spazio di circa braccia 400 presentava soltanto la vista di tomboli d'arena spogliati di piante e che in quel punto impediscono il libero scolo alle acque.Dimandammo il perché e ci fu detto che un taglio improvvido di macchia fatto sulla riva del mare aveva prodotto quel tombolo e ad onta di tutte le precauzioni non era mai riuscito di potervi allignare di nuovo il bosco impedito dall'imperversare del vento.Ed infatti tutti gli alberi, anche lontani due miglia dal mare hanno i loro rami sporgenti verso terra, per la forza e l'impeto di quello ".---------------------------------------------§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§




venerdì 3 maggio 2019

ANATOMIA DEL MEDIOEVO

L' UOMO DELLE FERITE  -  

( Dalla raccolta Ms.Wellcome presso Wellcome Institute di Londra )

               L'uomo delle ferite esibisce tutta insieme una bizzarra varietà di mali che il chirurgo può aspettarsi di dover trattare. I loro nomi sono scritti sopra o intorno al corpo della vittima.  Oltre a presentare ferite di quasi ogni specie immaginabile, il torso serve a mostrare la localizzazione di alcuni degli organi. Per esempio "cor" sta scritto sulla figura del cuore, "fel"  e "iecur" sulla vescica della bile e sul fegato, che è rappresentato dalla parte opposta del cuore, mentre "splen" indica la milza al di sotto di esso. Al di sopra del cuore si legge "trachea arteria" per indicare la trachea e "ysophagus" sopra uno "Stomachus" debolmente disegnato. Possiamo anche leggere "intestina magna" e "longaon" sui tratti intestinali inferiori.  Il corpo è trafitto da svariate armi ed illustra anche un assortimento di affezioni che colpiscono la superficie della pelle e il cui trattamento è perciò di pertinenza del chirurgo. Ad esempio proprio al di sotto della coscia destra sta scritto "variole per totum corpus" rappresentato da puntini rossi. Agli inguini ed alle ascelle sono rappresentati i bubboni della peste che vengono chiamati "apostemes".  Il cappelluccio sulla testa dello sventurato non è tipico di illustrazioni di questo tipo; in altre il copricapo è sostituito da da una pietra che gli ha fratturato il cranio.  E' difficile immaginare se e quanto l'uomo delle ferite potesse essere utile a chi aveva bisogno di conoscere l'anatomia umana: molti degli organi infatti sono al posto sbagliato o malamente riprodotti.

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mercoledì 1 maggio 2019

IL LINNEO TOSCANO

Giovanni Targioni Tozzetti

 

Custode dell'Orto Botanico di Firenze e direttore della Biblioteca

Magliabechiana, medico degli incurabili e medico di corte, viaggiatore instancabile nel vario microcosmo della Toscana Giovanni Targioni Tozzetti ( 1712 - 1783 ) ebbe fama per la concretezza delle indagini, l'enciclopedismo erudito, il rigore dell'analisi e della ricerca documentaria.   Questo non gli impedì di essere anche un "curioso" secondo la definizione di Linneo ("colui che esamina con occhi ben aperti e con grande attenzione le cose che gli si presentano" ) e di coltivare interesse per le stranezze, le irregolarità, le eccezioni. Il suo "empirismo ingenuo" illumina la feconda dialettica fra scienza e curiosità negli studi naturalistici del settecento.







A quale pubblico ci si rivolgeva a quel tempo? Quali erano i potenziali committenti di tali ricerche?  Il pubblico era certo estremamente ristretto, un'elite interessata, anche se spesso superficialmente, ad indagare la vasta realtà dei fenomeni organici, con una predilezione per quelli che usavano definire "scherzi della natura".  La stessa Società Colombaria di Firenze ( fondata nel 1735 ) era luogo d'incontro fra eruditi ed elementi della nobiltà toscana in cui la curiosità per i fenomeni naturali più strani diviene vera e propria attitudine scientifica. Non era quindi così raro che uno scienziato si sentisse rivolgere quesiti come quello che Andrea da Verrazzano rivolgeva a Targioni nel 1740: " Si vuole sapere se quella salvia della novella del Boccaccio che fregata a'denti ucise due persone, potessere essere salvia o altro".  Lo stesso Targioni era pienamente cosciente di quell'incontro fra scienze naturali e gusto aristocratico per la collezione e le rarità scientifiche che si era andato sempre più rafforzando nel settecento. Lo stesso Cosimo III De'Medici che era un appassionato dilettante di scienze naturali, gli aveva affidato nel 1718 la gestione del Giardino dei Semplici.

   La "Lettera su una numerosissima specie di farfalle" pubblicata nel 1741 è un opuscolo su un particolare insetto l'efemero. Gli studi sugli insetti erano allora molto diffusi in Europa. Targioni si rifaceva a studi empirici precedentemente intrapresi, ma anche a quello che In Toscana era il riferimento costante del settore, Francesco Redi, con le sue teorie sulla generazione spontanea degli insetti. Parlando della riproduzione dell'efemero Targioni dice che avviene tramite l'aspersione da parte del maschio di un "liquore spiritoso sulle uova deposte dalle femmine.Questa maniera non è straordinaria in natura giacché così la maggior parte dei pesci propagano la loro specie...".

 

 

 

 Relazioni di alcuni viaggi per la Toscana  (1751 -1754 ) è il capolavoro letterario di Targioni Tozzetti. Nel 1753 fu fra i fondatori dell'Accademia dei Georgofili. Ma la sua vera professione fu quella di medico. Nel 1750 nell'ospedale fiorentino di S.Maria Nuova viene assegnato al reparto uomini degli incurabili e nel 1756 compirà alcune vaccinazioni antivaiolose ( fra le prime in Italia ) presso lo Spedale degli Innocenti.

          Le bellissime tavole illustrative sono tratte dal manoscritto ( Biblioteca Nazionale di Firenze ) disegnato a colori da Tommaso Chellini ( 1672 - 1742 ) uno dei migliori disegnatori di reperti naturali nella Firenze della prima metà del settecento.