FANCY 1

COME UN PRISMA CHE MOSTRA L'INTERO SPETTRO DELLA LUCE...

martedì 17 luglio 2018

LA MORALE DEGLI SCAFISTI

Salvare vite in mare sapendo che ciò invita molti altri a rischiare, è un atto morale?

                                    La questione non è così semplice come può sembrare: volendo fare un paragone potrei richiamare la questione, mai risolta, della decisione di usare l'arma atomica per porre termine alla guerra; e volendola affrontare più sul taglio filosofico che non su quello emozionale comunemente usato, mi si permetta di prenderla, come si suol dire, " un po' alla larga"  e con le necessarie premesse.

                      Di regola le controversie relative alle questioni di fatto traggono origine molto spesso dall'assenza di imparzialità di coloro che pretendono di limitarsi ad accertare dei fatti. Questo accade in quanto una delle parti o entrambe perseguono finalità che non possono confessare: entrambe infatti si trovano nella necessità di proclamare che perseguono uno scopo che coincide con quello del grande pubblico.

                    Al tempo in cui la schiavitù era una questione controversa, i suoi oppositori argomentavano che essa rappresentava un metodo di produzione inefficiente, mentre i suoi sostenitori lo negavano. Di fatto i generosi oppositori della schiavitù non avrebbero cambiato parere se fosse stato dimostrato loro che era efficiente; allo stesso modo i sostenitori convinti della schiavitù non avrebbero cambiato parere se fosse stato dimostrato che era inefficiente.

                    Da entrambe le parti l'argomento a cui ci si appellava era rivolto in realtà al grande pubblico degli indecisi che voleva manufatti di cotone a buon mercato e si interessava ben poco del lavoro degli schiavi nelle piantagioni del Sud o del lavoro dei bambini nelle fabbriche del Lancashire.

                    La schiavitù può venire condannata da chi crede nei diritti dell'uomo e da chi conviene con Kant nel sostenere che ogni individuo umano deve essere considerato un fine in sé stesso. Ma la questione diventa più chiara quando entra in gioco qualche particolare tabù. Gli Indù pensano che sia male uccidere una mucca anche quando essa sta soffrendo atroci dolori. Quelli che difendono i diritti degli animali pensano invece che sia crudele tenere in vita un animale in circostanze del genere.

                    Antioco IV reputava desiderabile che tutti i suoi sudditi fossero ellenizzati e così risanati dai loro costumi nativi; ma gli Ebrei erano disposti a morire piuttosto che mangiare carne di maiale o rinunciare a farsi circoncidere. Gli Amish della Pennsylvania provano repulsione morale nei confronti dei bottoni e inoltre si lascerebbero perseguitare piuttosto che mandare i figli nelle scuole di stato.

                                        Che effetto può esercitare l'argomentazione in un caso del genere?Io penso che non possa esercitarne alcuno direttamente: non c'é alcuna possibilità di dimostrare che i bottoni non sono immorali; ma se si desse una mente aperta e l'agio necessari per un esame di largo respiro ci sarebbe un argomento che non potrebbe non avere un certo peso per un animo franco e indagatore: Più che il giusto e l'ingiusto sono il bene e il male i concetti fondamentali dell'etica. Atti giusti sono quelli da cui ci si attendono effetti buoni e ingiusti quelli da cui ci si attendono effetti cattivi.

                                        Se, grazie ad un lungo corso di storia e antropologia sei riuscito a portare un Amish ad ammettere tutto questo, allora puoi chiedergli: " Che cosa fanno di male i bottoni ?" Se egli riesce a mostrarti che fanno del male non puoi che adottare la sua opinione; in caso contrario è lui che deve adottare la tua.

                      Ma i casi in cui una controversia morale riesce più difficile da risolvere razionalmente sono quelli in cui emerge una vera divergenza sui fini. Gli aristocratici russi, fino alla metà del 19° secolo tendevano a considerare i propri servi indegni di una qualsiasi considerazione e ciò non tanto perché avessero una concezione del bene diversa da quella degli avversari quanto perché credevano che i servi non avessero una capacità di emozione pari a quella dei loro padroni. Il romanziere Turgenev, nell'opera Memorie di un cacciatore ha descritto con molta partecipazione le gioie e i dispiaceri dei servi risvegliando così una sensibilità dai toni rousseauiani nei proprietari terrieri di idee liberali. Così La capanna dello zio Tom  ha reso lo stesso servizio agli schiavi degli Stati Uniti. In entrambi i paesi quando la gente non poté più negare che gli oppressi avevano le stesse capacità di gioire e soffrire dei loro oppressori, la schiavitù fu abolita. La controversia tra nemici e difensori della schiavitù quindi, non concerneva in realtà i fini ma i dati di fatto circa le emozioni degli esseri umani.

                                                                  Ebbene ora direte voi, che cosa " ci azzecca"  tutto quanto sopra detto con gli scafisti e i drammi dell'immigrazione? Può darsi niente assolutamente oppure che voi invece possiate riuscire a trovare il nesso. In ogni caso la vostra capacità introspettiva e di ragionamento è stata sicuramente sollecitata e fors'anche migliorata.   E d'altra parte che cos'altro vi aspettavate dal filosofo? 

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domenica 15 luglio 2018

OASI DI PALO LAZIALE

PALO LAZIALE


                                               E' un piccolo mondo verde a pochi chilometri dalla capitale:120 ettari
comprendenti boschi, prati e un giardino di orchidee. L'animale guida dell'oasi, il tasso, si aggira al crepuscolo, ma poptrete incontrare anche volpi, puzzole, piccoli uccelli e vicino al mare, le splendide sule.


Tritone
Capinera ( Sylvia atricapilla ) con i pulcini


                               Un tempo sulla costa laziale dominava la grande foresta tirrenica: un immenso mare verde inestricabile. Ma come previsto da un copione tristemente noto, l'arrivo dell'uomo  e la costruzione dei primi insediamenti condussero alla trasformazione: i varchi naturali nella vegetazione diventarono prima radure e poi ampi prati. La grande e definitiva distruzione è comunque recente con lottizzazioni, abusivismo edilizio, disboscamento ecc..- Oggi la linea d'incontro con il mare è una continua e profonda crosta di cemento e asfalto.Degli antichi scenari sopravvivono solo alcunni brandelli, anch'essi degradati e in pericolo.
               Palo Laziale, 120 ettari di bosco, prati e un angolo a giardino botanico è uno di questi ultimi brandelli di foresta che si è salvata grazie all'esistenza del castello della famiglia Odescalchi la quale ha difeso e curatop l'area e poi affidato la gestione naturalistica al WWF.

                                      Da Roma si può raggiungere l'oasi in meno di un'ora con l'auto: dalla SS Aurelia bisogna uscire a Ladispoli e seguire le indicazioni di Palo e poi i cartelli con il panda del WWF. Oltrepassato il cancelletto di ingresso si è accolti dal canto degli uccelli, quasi tutti passeriformi, tra questi la cincia, il merlo, il pettirosso.



Il riccio ( Erinaceus Europaeus ), il più comune degli insettivori che abitano questi boschi.

Faina (Martes foina ) con la preda e la volpe

Il tasso ( Meles taxus ) animale simbolo dell'oasi, che esce allo scoperto sopratutto dopo il tramonto.

Scorcio del parco botanico del castello, a ridosso delle mura, dove sono state acclimatate alcune piante esotiche come le palme delle canarie.
Airone cinerino ( Ardea cinerea ) che ha catturato una ghiotta preda


Castello Odescalchi











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venerdì 13 luglio 2018

COSI' IL SALMONE ESCE DALL'UOVO

FOTO DOCUMENTO

              Queste eccezionali immagini della nascita di un salmone hanno meritato
al loro autore, Viljo Nylund il primo premio mondiale per la fotografia naturalistica.
All'uscita dall'uovo
Uovo


Rotto il guscio il salmone fa il suo ingresso nel mondo, dopo aver trascorso un lungo periodo nell'uovo.


































































Alcuni avannotti ( lunghezza 20 mm. ) devono la loro sopravvivenza al sacco vitellino, situato sotto lo stomaco, da cui attingono per 4, 6 settimane i grassi e le proteine necessarie.----------------------------In basso un esemplare di un mese ( lunghezza 25 mm. ) ancora dotato di sacco nutrizionale.








































 




            

mercoledì 11 luglio 2018

IL TESTAMENTO BIOLOGICO


Che cos’è la D.A.T.             

La D.A.T. - dichiarazione anticipata di trattamento viene anche chiamata testamento biologico o di vita. E’ un documento strettamente personale con cui una persona maggiorenne (l’intestatario), capace di intendere e di volere, esprime la propria volontà in merito ai trattamenti sanitari nel caso in cui, in futuro, si trovasse in condizione di non poter manifestare la propria volontà.
In sostanza può dichiarare se  accettare o rifiutare trattamenti sanitari, accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche (dopo aver acquisito informazioni mediche sulle conseguenze delle proprie scelte).

Per essere valida, la dichiarazione deve contenere il nome di almeno una persona maggiorenne: il fiduciario (che ha l’incarico di far rispettare la volontà dell’intestatario della DAT).
n.b. L’intestatario può sempre decidere di cambiare il fiduciario, modificare le sue disposizioni o ritirare la sua D.A.T.

Chi è il fiduciario

E’ la persona maggiorenne che si impegna a garantire lo scupoloso rispetto delle volontà espresse dall’intestatario della D.A.T, che fa le sue veci e che lo rappresenta nelle relazioni con il medico e le strutture sanitarie.
Al fiduciario viene consegnata una copia della DAT.
Se una persona viene nominata fiduciaria, ma non intende più svolgere questo compito, può rinunciare all’incarico e presentare in Comune la relativa dichiarazione che, a cura dell'ufficio
depositario ( demografici ) sarà immediatamente notificata all'interessato.

Come si presenta una D.A.T. -  Muniti dei relativi documenti di riconoscimento INTESTATARIO e FIDUCIARIO si presentano personalmente all'Ufficiale dello Stato Civile presso cui non ci sarà alcuna spesa, oppure presso un notaio che potrà invece richiedere le spese notarili.

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Modulo da compilare

 

All'Ufficiale dello Stato Civile del comune di _________________ Iscrizione al registro comunale delle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento – D.A.T.                                   
(art.4 della legge 22 dicembre 2017, n.219) Io sottoscritto/a nome                                    ____________________________ cognome ________________________________        
nato/a a_________________________________________________ il                               _________________________________                                                                               
residente a ________________________ in via/piazza                                                        _________________________________________________                                               
codice fiscale ____________________________________                                                  
documento d’identità n° __________________________________________________   
tel. _________________________________________________                                           mail_____________________________________                                                                 
nella mia piena capacità di intendere e di volere, affermo solennemente  quanto segue:
□ con questo documento, in previsione di una mia eventuale futura incapacità di                       
autodeterminarmi e dopo aver acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle
mie scelte, il mio diritto e la mia volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o  ilrifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti       sanitari.                                                                                                                                                  
□ prevedo la nomina di un fiduciario, capace di intendere e di volere, che si impegna a garantire
lo scrupoloso rispetto delle mie volontà, che faccia le mie veci e mi rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie ed a cui affido copia della presente dichiarazione anticipata di trattamento;                                                                                                                
□ pertanto delego come mio fiduciario:                                                                                          
nome _______________________________ cognome ________________________________  
nato/a a___________________________________il _________________________________  
residente a ____________________ in via/piazza ____________________________________
codice fiscale ______________________                                                                                         
documento d’identità n°                                                                                                                   _______________________________________________________________________             
tel. _________________________________________________ mail                                            ______________________________________                                                                                
□ che accetta la nomina e al quale ho consegnato una copia della DAT;                                    

dichiaro inoltre                                                                                                                                 

□ di esprimere la seguente volontà in merito ai trattamenti sanitari:                                         _________________________________________________________________________ 
__________________________________________________________________________
__________________________________________________________________________
__________________________________________________________________________
__________________________________________________________________________
□ di essere a conoscenza che l’incarico di fiduciario potrà essere revocato in qualsiasi momento con le stesse modalità previste per la nomina e senza obbligo di motivazione; □ di essere a conoscenza che le DAT possono essere rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento;
                                                       acconsento inoltre                                                             

□ espressamente al trattamento dei miei dati al fine della attuazione della mia volontà contenuta
nella presente dichiarazione ai sensi del D.lgs. 30 giugno 2003, n.196 (Codice in materia di
protezione dei dati personali);                                                                                                   
□ a che si provveda all’inserimento della presente dichiarazione nel registro apposito ed alla
conservazione di una copia della presente dichiarazione presso l’Ufficio di Stato Civile del Comune  di _____________________________ data                                                                                

Firma fiduciario__________________________________________
Firma intestatario ________________________________________

 

 

lunedì 9 luglio 2018

CORSICA - ISOLA ITALIANA

 

 LA CORSICA: ITALIANITÀ STORICA
Bandiera della Corsica


Fin dai primi albori della storia, la Corsica ha fuso le sue sorti con quelle della penisola italica. Unita ad essa, oltre che da evidenti legami naturali, da vincoli di sangue fin dalle più remote origini, quest'isola italianissima, ha in ogni tempo partecipato alle vicende storiche dell'Italia tutta e, specialmente, delle terre prospicienti le sue coste: Lazio, Toscana, Liguria, Sardegna, Piemonte, cosicché si può affermare non vi sia una regione in Italia che non abbia dato a questa terra il consistente apporto della propria attività intellettuale ed economica.
Da oltre 25 secoli, il totale complesso della vita còrsa è vita d’Italia e ciò è stato scientificamente ed umanamente dimostrato oltre che dalle affermazioni di tutti gli studiosi Italiani, anche dagli scritti di numerosi loro colleghi stranieri, francesi compresi.


 ITALIANITÀ GEOGRAFICA

 Quando i francesi sterminarono i nostri fratelli còrsi nelle pievi meridionali dell’isola, le fiere popolazioni sarde udivano le grida da Punta della Maddalena ed accorrevano le donne scapigliate, i bambini con le mani giunte implorando dall’altra sponda misericordia. Si udivano, sulle rive del nord della Sardegna, le grida e gli appelli del popolo còrso, mentre più nitido si sentiva l’echeggiare delle artiglierie francesi. Triste e conserte, da Santa Teresa e da Caprera, le genti di Gallura vedevano ed udivano le arroganti sentinelle francesi sui bastioni di Bonifacio!
Dalle coste di Livorno, dall’Ardenza, quando il cielo è terso, si vede la Corsica, da La Spezia, dalla Liguria si vedono delinearsi le catene dei monti del Capo Còrso e della Balagna e da casa mia quando la serata è chiara, vedo le luci degli abitati sulla parte Nord del " dito ", mentre dalla Francia si vede soltanto il fumo dei piroscafi carichi di immigrati che tornano periodicamente, di polizia e gendarmeria d'occupazione e di beni di consumo sempre importati che partono a destinazione d'Ajaccio o Bastia.
Anche geologicamente la Corsica è un pezzo sacro d’Italia: le profondità marine che la separano dalla Francia raggiungono i 4000 metri, mentre è unita alla Toscana da una piattaforma che non supera i 500 metri. È ben chiaro che nelle epoche preistoriche quest’isola era attaccata alla Toscana ed alla Sardegna dalla quale dista soltanto pochi chilometri. Con tutto ciò, taluni pseudo-scienziati francesi, evidentemente al soldo del loro governo, vogliono sostenere che la Corsica si distaccò ...nientemeno che dalla Provenza, a causa d'un formidabile cataclisma che la scaraventò nel golfo di Genova! ( chiaramente sorvolando Capraia e Gorgona ?).

ITALIANITÀ LINGUISTICA
La mia visuale del "dito"


                    La ragione fondamentale per cui i fratelli della penisola, al loro primo sopraggiungere in Corsica, si ambientano immediatamente, consiste nel fatto che essi, parlando la lingua nazionale, oppure anche un qualsiasi loro dialetto si intendono perfettamente con gli isolani. Specie i toscani e i meridionali si sentono come a casa propria perché le parlate còrse danno appunto l’impressione di un misto tra romano, campano, calabrese, sardo-siculo e toscano. Questa impressione ha un reale fondamento scientifico: infatti, dopo gli studi in materia compiuti dall'insigne professore Gino Bottiglioni, compiuti intorno agli anni 30-40 del secolo scorso, tra i quali si distingue per importanza il suo poderoso << Atlante Linguistico Etnografico della Corsica >>, è ormai acquisito alla scienza che i dialetti còrsi risultano dalla fusione di due strati linguistici: uno più antico (e direi quasi più importante), identico a quello che forma i dialetti peninsulari del nostro mezzogiorno e quelli delle nostre maggiori isole tirreniche, ed uno più recente, che è lo strato toscano antico del duecento e del trecento, radicatosi particolarmente nella parte orientale dell'isola, quella che guarda per l'appunto verso la Toscana. Un còrso dice per esempio: << di ricchezze ni puria avè centumillanta e mor di sacca, ma eiu risteria sempre quellu chi sonu, cu è me pécure cu a me cialambella, cu a me vita tranquilla e senza pinseri >> e Voi sentite i toscanismi più puri e più arcaici in << centumillanta >>, << cialambella >> (...L'antico strumento musicale, che il grande Dante Alighieri dice << ceunamella >> ), << mora >>, << mucchio >>, ecc. misti agli elementi linguistici meridionali e insulari, l’articolo << u >> al posto di <<il>> e le finali solitamente in <<u>>.
Gli invasori francesi, hanno puntato sugli elementi còrsi non toscani sperando di poter ritrovare nell’isola delle parlate non italiane; ma questa tesi è stata distrutta dal Bottiglioni, il quale ha messo le cose a posto anche per ciò che riguarda il valore dei francesismi che pur dilagano nell’isola. Non nego che questi due secoli e mezzo di dominio straniero, orientato a snazionalizzare l’isola specialmente dal punto di vista linguistico, abbiano avuto i loro tristi effetti; i francesismi nel còrso ci sono. Ma non bisogna esagerare; bisogna - questi francesismi - vagliarli, << cernigliarli >> come dicono i còrsi al lume della storia e delle costumanze isolane. Come non contano i francesismi che, purtroppo, sono anche nell’italiano ufficiale, così non contano quelli vicino ai quali vivono gli schietti corsismi. I francesismi selezionati nel còrso, non hanno quel gran peso che gli invasori francesi e tanti italiani traditori vorrebbero, ed anche qui l’<<atlante >> del Bottiglioni dà in sintesi un quadro sincero ed evidentissimo della loro relativa importanza. Certo, sarebbe opportuna un'adeguata opera di "ripulitura", ma, comunque, anche dal punto di vista linguistico la Corsica resta una terra italianissima.

LA CONQUISTA FRANCESE DELLA CORSICA


    Giunsero i primi francesi nella nostra isola di Corsica con l’inganno e la violenza, con il fuoco, il ferro e il tradimento; una moltitudine di avventurieri, di imbroglioni, di filibustieri, di generali francesi in cerca di facile gloria. Appena sbarcati percorsero rapinando le pievi dell’isola e si dichiararono padroni assoluti delle sorti del popolo còrso.
Il Generale Comandante francese chiedeva al Governo di Parigi per conquistare questa italianissima terra: << 25.000 uomini, 25 milioni di franchi e 20 carnefici >>. Lo stesso storico francese Pomureul, che partecipò alla conquista, ebbe ad esprimersi: << non parlerò mai dei diritti della Francia sulla Corsica; con della sincerità e della ragione (e non ce ne occorre molta) siamo nell’obbligo di affermare che la Francia non ha nessun diritto di occupare la Corsica se non quello, aleatorio, dell’avvenuta cessione da parte di Genova. Ma a che pro ricorrere a tale sotterfugio? Il potere di conquistarla e la volontà di farlo non sono forse, per il Re di Francia, un diritto più che sufficiente? Ce n’ è forse un altro di altra natura? Ed ogni potenza od ogni altro diritto non risulta originariamente dalla legge del più forte? Diversamente la giustizia sarebbe tutta dalla parte dei còrsi >>.
I francesi dunque, in quel lontano 1769, erano, al pari di oggi, degli intrusi e degli stranieri in Corsica, benché il Governo di Parigi si adoperasse per far passare sotto silenzio la sua brutale annessione basata sulla forza, cercando con ogni modo di diminuire l’eroica resistenza dei còrsi e << dispensandoli perfino dell’inutile commedia, come scrive il Baguenault, di un abile plebiscito >> (...come quello inscenato, quasi un secolo dopo, per la truffaldina annessione dell'italianissima Nizza, la bella).
L’annessione spontanea della Corsica alla Francia non è altro che un’atroce ed insultante leggenda inventata da alcuni storici francesi prezzolati, per offendere maggiormente la venerata memoria degli Eroi che caddero, combattendo con Pasquale Paoli, sotto il piombo francese nella battaglia di Pontenuovo, l'ultima eroica ed impari resistenza.
Il trionfo dei francesi in Corsica, dopo la sconfitta del Generale Paoli il 9 maggio 1769, fu stigmatizzato con questo popolarissimo detto: << La Francia ha vinto profondendo il denaro, con poche armi, con molte lacrime e senza alcun giuramento >>.
È dunque tempo che i francesi la finiscano con tutte le loro frottole ed i loro imbrogli.


PASQUALE PAOLI E L’ITALIANITÀ DELLA CORSICA

     Il grande Eroe Generale Pasquale Paoli, detto nell'isola <<babbu di a Patria>>, nel proclamare la Corsica terra italiana ha scritto: << Siamo còrsi per nascita e sentimento ma prima di tutto ci sentiamo italiani per lingua, origini, costumi, tradizioni e gli italiani sono tutti fratelli e solidali di fronte alla storia e di fronte a Dio… Come còrsi non vogliamo essere né schiavi né "ribelli" e come italiani abbiamo il diritto di trattare da pari con gli altri fratelli d’Italia… O saremo liberi o non saremo niente… O vinceremo con l’onore o soccomberemo (contro i francesi) con le armi in mano... La guerra con la Francia è giusta e santa come santo e giusto è il nome di Dio, e qui sui nostri monti spunterà per l’Italia il sole della libertà… >>
La strana commedia di una Corsica che si dà spontaneamente alla Francia, giocata con insolente sfacciata ostinazione dai propagandisti francesi, viene smentita categoricamente dallo stesso Voltaire che afferma: << Piano! Ci vuole dell’oro e del sangue per sottomettere la Corsica al potere del Re di Francia >>. Ciò non di meno, le autorità scolastiche d'occupazione, al fine di disitalianizzare completamente alle radici la gioventù còrsa, facevano cantare fino a tempi recenti, ai bambini delle scuole di Corsica, una volta tanto nel dialetto che i bimbi usavano abitualmente tra loro: << Simu francesi o trallallero, simu francesi o trallallà!... >>. Si aggiungeva però la voce dei più grandi: << Finché la duri o trallallero, finché la duri o trallallà!... >>.
Dimostrato, anche dagli storici francesi obiettivi, che la lotta per la libertà còrsa altro non fu che resistenza allo straniero di una parte d'Italia e che il Generale Pasquale Paoli fu un Eroe italiano, primo combattente in epoca recente per l’unità della Patria, vediamo come questa strenue ed infelice lotta fu il segnale precursore del nostro Risorgimento. La Corsica fu e rimarrà per sempre l’Italia. Il suo possesso da parte della Francia rimane una provocazione per tutto il popolo italiano.
Formatosi nell'ambiente illuminista della Napoli di Antonio Genovesi e di Gaetano Filangieri, Pasquale Paoli - che si era preparato già da qualche tempo a rientrare nell'isola con un ruolo dirigente - avrebbe impresso una svolta decisiva alla rivolta còrsa: fu Paoli che gli fece assumere i connotati di prima vera (ed ingiustamente oggi misconosciuta) rivoluzione borghese d'Europa, e sua è la prima costituzione (anch'essa ingiustamente poco nota) democratica e moderna, quella che regolò la vita della Corsica indipendente dal 1755 alla conquista francese 1769.
Giunto in patria il 19 aprile, Paoli raggiunse il fratello Clemente a Morosaglia e, tra il 13 e il 14 luglio 1755, venne proclamato generale di quella che ormai, con piena coscienza, si definiva come la Nazione còrsa. L'elezione avvenne presso il convento francescano di Sant'Antonio di Casabianca. Emanuele Matra, notabile della regione di Aleria, raccolti intorno a sé un gruppo di maggiorenti avversi al partito di Paoli, non ne accettò l'elezione e diede vita ad una vera e propria guerra civile per opporvisi.
Affrontato con polso di ferro e vinto entro novembre dal neoeletto Generale della Nazione (che, secondo il console francese a Bastia, riceveva appoggi britannici), il Matra, che era sostenuto dai genovesi, fu sconfitto e costretto all'esilio. Malgrado il successo, Paoli dovrà affrontare ancora per anni le ostilità suscitate dai membri della famiglia Matra e dai loro alleati.
Tra il 16 ed il 18 novembre 1755, riunita una Consulta generale a Corte (divenuta capitale dello Stato còrso), Paoli promulgò la Costituzione di Corsica.
La nuova costituzione teneva conto della struttura istituzionale preesistente, perfezionandola e migliorandola, e, pur dovendo adeguarsi alla situazione d'emergenza, di isolamento geografico, di guerra e di assenza di un vero riconoscimento internazionale del nuovo Stato che essa istituiva e regolava, contribuì a rendere Paoli molto popolare negli ambienti illuminati di tutt'Europa e tra i coloni inglesi insorti che daranno vita agli Stati Uniti d'America e alla loro Costituzione.
La Costituzione còrsa attirò l'attenzione di tutta Europa per la sua eccezionale carica innovativa e Paoli chiese la collaborazione di Jean-Jacques Rousseau per perfezionarla. Il filosofo ginevrino rispose volentieri all'appello e redasse il suo Progetto di costituzione per la Corsica (1764).

LA CALATA DEI BARBARI

     Gli invasori francesi, giunsero per la prima volta in Corsica nell’anno 1764, dopo la firma del trattato di Compiègne, col quale la Francia si impegnava ad occupare << temporaneamente >> l’isola per poi, una volta pacificata, restituirla a Genova. Ciò venne pure confermato nel trattato di Versailles del 1768, ma, per la Francia, i trattati non furono altro che << chiffons de papier >> ("stracci di carta")!
Finché i còrsi credettero agli scopi pacificatori della Francia, il loro capo Pasquale Paoli non disdegnò di trattare con loro, ma, quando il doppio giuoco di questa mediazione che non era affatto disinteressata, venne scoperto, i patrioti dell’isola si sentirono inferociti; la tradizione degli antenati era in pericolo ed a difenderla contro i francesi accorsero in massa vecchi, sacerdoti, uomini, donne e bambini. Da Capo Còrso all’estrema punta di Bonifacio fu un solo grido di riscossa contro la Francia rea e bugiarda e dovunque si impugnarono le armi: << fuori i barbari… fuori i francesi! >>. I preti facevano giurare sugli altari di morire piuttosto che sottomettersi alla Francia, i combattenti prima della battaglia lanciavano l’estremo grido di fede: << eu sò italianu! >>. Si brandirono gli archibugi tenuti nascosti nelle tombe o sotto i materassi, si armò alla meglio i più validi e chi non ebbe la fortuna di trovare un fucile andò incontro alle artiglierie francesi con gli attrezzi da lavoro, le scuri dei boscaioli delle foreste del Niolo e del Valdoniello, le falci dei mietitori di Aleria, i forconi, le zappe e quant'altro. Raccontano le cronache, che nel furore dell'ultima eroica ed impari battaglia di Ponte Nuovo, vennero sguinzagliati contro la soldataglia francese oltre tremila cani da pastore! Tutto fu tentato dai nostri fratelli isolani per resistere all’invasione dei << barbari >> ...e per tre lunghi anni durò questa epica lotta.
<< Fratelli carissimi, Dio è con noi!... all’armi all’armi o còrsi, siate tutti pronti a morire per la Corsica e per la religione di Roma. I francesi sono i nostri nemici, ci vogliono togliere la nostra libertà. Morte, morte ai francesi!... Sterminiamoli! Tutti! Tutti!!! Coraggio còrsi, il Re di Sardegna non ci abbandona! Tutti in piedi! Chi ammazza un francese va in Paradiso…! >>. Così un prete del paesino di Guano ammoniva i suoi parrocchiani. Si suonarono le campane delle chiese, il corno marino ("u columbu") chiamò a raccolta i pastori sparsi nelle foretse ed in poche settimane i << barbari >> batterono in ritirata, incendiando i raccolti e spargendo ovunque la miseria e la morte. Ma altri 40.000 francesi erano giunti di rinforzo e, dopo aspra lotta, i nostri fratelli di sangue furono totalmente distrutti - come abbiamo visto - il 9 maggio 1769 a Ponte Nuovo.


“LA PACE DEI SEPOLCRI “

     La "pace" - se così vogliamo dire - venne ristabilita in Corsica ...e nell’animo straziato degli isolani calarono le tenebre dell’abbandono. La Francia, potenza occupante, era ricca, unita e potente ...mentre non lo erano gli altri italiani della penisola, frammentati e divisi in molteplici staterelli, sovente in lotta fra loro! Nessun aiuto poteva quindi venire dal resto della Patria Italia! Violentata nella sua italica tradizione, straziata nelle sue aspirazioni, impoverita con la malaria ed il banditismo, la Corsica francese incominciava il suo calvario. Chi si ribellava, non onorava << et venerava >> le strapotenti armi di Francia (sic) veniva sottoposto a torture; si ripristinava il supplizio della ruota, scomparso in Corsica fin dal medioevo, si mandavano nell’isola dei generali francesi avidi di sangue e di vendetta, si distruggevano i paesi, si incendiavano le foreste con la scusa di snidare i ribelli, si tagliavano gli alberi da frutto senza che nessuno, a Parigi, si commuovesse nel sentire << Il rapporto lacrimevole delle povere genti di Corsica >> che chiedevano giustizia proclamando sdegnosamente << Codice francese? Codice di sangue! >>. << Pace francese? Pace dei sepolcri e degli schiavi! >>.

IL TRIBUNALE …IN CHIESA E LA FORCA IN SACRESTIA
Zone di costa ancora selvaggia


Se la tragedia della Foibe, nella Venezia-Giulia, Istria e Dalmazia del secondo dopoguerra fu terribile e sanguinosa, quella dei patrioti còrsi non fu meno crudele ed inumana.
I francesi del generale Sionville stabilirono il tribunale nelle chiese delle Pievi del Niolo. Centinaia di abitanti (uomini, donne, fanciulli) venivano accatastati nelle navate e, man mano, malmenati dalle guardie, passavano davanti ai giudici; la sentenza era presto pronunziata e la vittima passava in sacrestia dove il boia azionava la forca.
La Francia aveva fatto della chiesa lo scannatoio di quei fratelli còrsi che, coscienti della loro bimillenaria civiltà romana, non volevano piegare la fronte al prepotente invasore. Con tutto ciò da Parigi si sanciva che la Francia era la <<figlia primogenita della Chiesa>>!

IL DRAMMA DI UN POPOLO ITALIANO


Impoveriti, come visto, dalla feroce repressione e, poi, anche dalle guerre di conquista promosse dalla Francia, molti còrsi furono costretti a mettersi al servizio di quella potenza. L’abbandono delle campagne, le terre incolte, i paesi cadenti e spopolati, lo spettacolo della miseria e dell’abbandono sono le prime visioni delle genti di Corsica in mezzo allo squallore di una vita dura ed inumana. Arrivava ai còrsi l’eco delle ricchezze di Parigi; la voce della propaganda francese si insinuava fin sugli alti monti delle Pievi: << Povero còrso, scalzo ed affamato, la tua tempra è robusta, il tuo petto è audace, i tuoi garetti sono solidi, il tuo sangue è schietto, però la tua mensa è deserta, il frutto del tuo lavoro non ti potrà sostentare la vita; sarai così condannato a vivere nella povertà senza speranza di nessun conforto… Pensa bene che quando sarai vecchio non ti resterà nemmeno la possibilità di rifugiarti in un ospedale… La tua terra è maledetta, nel fuoco della tua forgia vi è il diavolo, nell’acqua del tuo molino vi è il fango, nel vino della tua vigna vi è il veleno; e poi, quale terra vuoi tu coltivare? La pianura di Aleria è malarica, il tuo mondo è in preda al banditismo, gli olivi della Balagna sono tarlati, i castagni d’Orezza e d’Alesani pure! Vieni in Francia e troverai il progresso, la civiltà, il benessere. Abbiamo bisogno di te, della tua genialità, del tuo lavoro, del tuo sangue schietto, della tua pelle per fertilizzare gli altipiani dell'Algeria, le vallate del Congo, le pianure della Cocincina (vecchie colonie francesi) …Ti daremo dei soldi! ...<<de l’argent>>!... <<de l’argent>>!!! E se tu sarai un vero francese, dirai male della tua antica Madre Patria: l'Italia, la combatterai in ogni sua legittima ed umana aspirazione, allora ti daremo dei cannoni, dei nastrini, delle pensioni, delle decorazioni; se poi sarai un servo fedele, disposto a combattere contro il tuo sangue, allora la Francia, sempre generosa, ti farà salire in alto nei posti governativi ed appagherà il desiderio che la vecchia madre espresse prima della tua partenza: <<ritorna cu lu cumandu in manu>>. Ma bada bene, povero còrso, che se un giorno ti ricorderai che sei italiano e penserai minimamente di congiungerti o di simpatizzare con i tuoi fratelli della penisola, allora non ci sarà per te che odio, insulti, minacce, commissari speciali di polizia e le famose prigioni di Calvi, di Tolone, di Nimes.
Se ti ricorderai di essere discendente delle legioni romane e non dei <<chasseurs d’afrique>> ("Cacciatori d'Africa", noto reggimento coloniale della Repubblica Francese) allora, <<sale corse>> ("sporco còrso") non ti salverà più nessuno se non riuscirai a svignartela in mezzo ai <<maccaronì>> dell’altra sponda.

Sette secoli di Corsica romana

Fallita la spedizione, non era cessata l'attenzione dell'Urbe per il mare e per questo interesse giunse anche, all'incirca nel 348 a.C., a stipulare due trattati con Cartagine, entrambi riguardanti Sardegna e Corsica; ma se rispetto alla prima isola i passaggi dei trattati sono ben chiari, i patti sulla seconda sono tutt'altro che nitidi, al punto che Servio osserva che in foederibus cautum est ut Corsica esset medio inter Romanos et Carthaginienses. Anche Polibio, narrando dei trattati, non menziona la Corsica e da questo silenzio, insieme al fatto che l'isola non figurava nemmeno nelle descrizioni dei territori a controllo cartaginese, il Pais ed altri dedussero che la facoltà di controllarla che tempo prima Cartagine aveva pattuito con gli Etruschi, si fosse da questi trasmessa a Roma. Tuttavia lo stesso Pais ricorda, per converso, che Cartagine non aveva mai rinunziato a mire sull'intero Mediterraneo, e che riponeva nella Corsica un interesse specifico, giacché a partire dal 480 a.C. ne assoldava periodicamente fidati mercenari; questa circostanza, unita ad una facile riflessione sull'importanza strategica di un'isola a vista, anzi dirimpettaia delle rive liguri, toscane e laziali, punto quindi di osservazione e di attacco, parrebbe smentire l'ipotesi di un disinteressamento di Cartagine come causa del silenzio dei trattati.

  Prima di potersi dedicare a terminare l'occupazione della Corsica, Scipione si allungò in Sardegna dove i locali erano in rivolta contro Roma;. Nonostante al rientro del console Scipione a Roma si celebrasse il suo trionfo per la vittoria su Cartaginesi, Sardi e Corsi,  si rese necessario 23 anni dopo, nel 236 a.C., che il senato capitolino dichiarasse guerra ai Corsi ed inviasse una spedizione di conquista guidata da Licinio Varo, non coerente con il relato di già avvenuta occupazione dell'isola pervenuto da alcuni storici romani
Nell'81 a.C. furono i legionari di Silla a trovare in Corsica il luogo di pensionamento, stavolta presso Aleria, seguiti dai veterani di Giulio Cesare.
Nel 44 a.C. Diodoro Siculo visitò la Corsica e notò che i còrsi osservavano tra loro regole di giustizia e di umanità che valutò più evolute di quelle di altri popoli barbari; ne stimò il numero in circa 30.000 e riferì che essi erano dediti alla pastorizia e che marchiavano le greggi lasciate libere al pascolo. La tradizione della proprietà comune delle terre comunali non fu eradicata del tutto se non nella seconda metà del XIX secolo.
Seneca passò dieci anni in esilio in Corsica a partire dal 41. Malgrado i continui collegamenti con l'Italia e forse per la sua natura selvaggia, l'isola divenne regolare mèta d'esilio e rifugio di cristiani, che probabilmente vi diffusero la nuova fede.
In epoca Antonina si perfezionarono le vie di comunicazione interna (strada Aleria-Aiacium e, sulla costa Est, Aleria-Mantinum - poi Bastia - a Nord e Aleria-Marianum - poi Bonifacio - a Sud): l'isola era pressoché completamente latinizzata, salvo qualche enclave montana.
Sembra accertato che l'isola sia stata colonizzata dai Romani soprattutto per mezzo delle distribuzioni di terre a veterani provenienti dall'Italia meridionale - o dai soldati provenienti dagli stessi strati sociali ed etnici cui furono similmente assegnate terre soprattutto in Sicilia - il che aiuterebbe a spiegare alcune affinità linguistiche riscontrabili ancor oggi tra còrso meridionale e dialetti siculo-calabri. Secondo altre ipotesi, più recenti, gli influssi linguistici potrebbero essere dovuti a migrazioni più tarde, risalenti all'arrivo di profughi dall'Africa tra il VII e l'VIII secolo. La stessa ondata migratoria sarebbe approdata anche in Sicilia e in Calabria.

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giovedì 5 luglio 2018

SULLA VIA DELLE SPEZIE

ISOLE MOLUCCHE

                   Sono 13.667 isole sparse nel mare dell'Indonesia e custodiscono tesori di tale valore che un tempo il loro possesso scatenò contrasti e guerre tra le più potenti nazioni europee.
Questi tesori si chiamano pepe, noce moscata e chiodi di garofano.
                   Cinquecento anni fa queste isole, a malapena visibili sul mappamondo, si rivelarono uno dei cardini intorno a cui è ruotata la storia dell'umanità.
                    E' da quì che ebbe origine quell'ETA' DELLE SCOPERTE che cancellò in un batter d'occhio il sistema tolemaico e sconvolse il pensiero medievale, dando inizio all'età moderna.
                    E tutto questo solo per le spezie.
La magia di queste preziose fragranze andava ben oltre la conservazione dei cibi o la preparazione di gustose delizie per feste e banchetti. Gli ammalati se ne servivano a scopo terapeutico, gli amanti come afrodisiaci per riaccendere la passione: al compratore medievale nessun prezzo sembrava troppo alto.
                    Pagate letteralmente a peso d'oro, la ricchezza che esse creavano aveva il potere di far nascere e distruggere gli imperi.

Le Molucche in una carta realizzata nel 1570.


Cannella - in forma di corteccia arrotolata della relativa pianta




Il dominio degli olandesi che dai primi del seicento ebbero ragione sia dei portoghesi che di altri concorrenti europei, tra cui gli inglesi, fu contrastato da vari episodi di violenza come l'eccidio compiuto nel 1621, per soffocare una rivolta da parte degli indigeni.
      L'ordine del massacro venne da Jan P. Coen direttore generale della Compagnia delle Indie Orientali.




Uno spettacolo consueto nelle Molucche: chiodi di garofano stesi al sole ad essiccare


Sotto: Chiodi di garofano - I boccioli fiorali prima della raccolta furono, insieme alla noce moscata, l'elemento scatenante in una serie di scontri fra Spagna, Portogallo, Olanda e Inghilterra che si contesero a lungo il monopolio di queste preziose spezie.- Nella foresta che ammanta Seram, la più estesa delle Molucche ( 17.000 Kmq. circa ) crescono numerosi alberi di Eugenia Carvophillata, da cui si ricavano i chiodi di garofano.Come si vede, nessun rapporto col garofano che noi conosciamo.






Noce moscata -Il frutto, al cui interno si vede il seme ( noce ) avvolto dall'arillo, l'involucro rosso e carnoso da cui si ricava il MACIS ( a sinistra ) a confronto fresco e già essiccato.

CURCUMA - La pianta è dotata di rizomi più o meno tondeggianti in cui si usano di preferenza i getti laterali che, una volta preparati, si presentano di un intenso colore giallo arancio. E' proprio la curcuma a conferire colore al curry, la miscela di varie spezie impiegata sopratutto in India e conosciuta in tutto il mondo. Dalla curcuma si ricava anche una sostanza colorante impiegata per tingere le stoffe.






Si chiama KERPAP ed è uno dei molti atolli che, come preziose gemme, costellano il mare di Banda. Il piccolo gruppo delle isole Banda, come del resto tutte le Molucche, è un vero paradiso per sub, pescatori e appassionati di windsurf, sia per la trasparenza delle acque, sia per la ricchezza di vita sui fondali.

        Il pregio non sta tanto nella particolarità delle specie quanto nella loro abbondanza.


Le canoe tradizionali delle isole Banda chiamate Kora-Kora, una volta l'anno competono tra loro nel corso di una cerimonia.Hanno un equipaggio di 40 uomini e possono toccare la velocità di 15 nodi. Un tempo usate come imbarcazioni di guerra. Gli olandesi le impiegarono nei raids di conquista costringendo gli equipaggi locali a far parte del loro contingente di attacco e di difesa.

Il forte, oggi in parte ricostruito, venne edificato nel 1611

dal governatore olandese per difendere Banda dagli attacchi degli Inglesi che poi si insedieranno per un breve periodo su queste isole due secoli dopo.






















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Magazzino Cannamela

LONDRA - Per molti anni, nel cuore della city due ruote di pietra hanno ridotto in polvere tonnellate di pepe, cannella e altri aromi. I proprietari  del più grande e più vecchio mulino d'Europa Butlers Grinders & Operators di Londra chiusero l'azienda intorno al 1996 ma furono abilmente sostituiti dai moderni impianti della Cannamela, nello stabilimento di Funo ( Bologna ) la maggiore azienda italiana nel settore degli aromi.